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07/12/2016
Preghiera con i Santi

Preghiera ogni giorno


 
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7 Settembre 2009 09:30 | Aula del Collegium Maius UJ

Contributo



Lluís Maria Martinez Sistach


Cardinale, arcivescovo emerito di Barcellona, Spagna

1.    Un cambio d’epoca nella storia del cristianesimo

Numerosi sintomi ci indicano che, nella storia del cristianesimo, siamo entrati in un cambio d’epoca. "Il secolo scorso -ha scritto il professore Andrea Riccardi-  è stato il più secolarizzato della storia.  Però all’alba del secolo XXI esistono ancora comunità di credenti. Il cristianesimo non è morto, ma nel suo seno emergono numerose espressioni di religiosità e di missione".
La domanda che, sotto forma di dilemma, ci possiamo fare in questo momento, considerando la realtà cristiana nel nostro continente europeo, è la seguente: ci troviamo alla fine del cristianesimo o alla fine di un’epoca nella quale il cristianesimo ha vissuto una forma di presenza determinata nella vita sociale? Detto in altre parole, "siamo noi gli ultimi cristiani" per dirlo col conosciuto titolo del teologo Tillard, o ci troviamo soltanto alla fine della chiamata "cristianità",   intesa come un modello di relazione tra il cristianesimo e la società?
Credo che la nostra risposta possa essere questa: ci troviamo all’inizio di una nuova epoca, e quindi al tramonto di quella che abbiamo lasciato, però il cristianesimo è vivo. Il cristianesimo sta cominciando, anche se  a partire da una realtà minoritaria. Quindi non stiamo assistendo all’agonia del cristianesimo, né alla fine d’una lunga storia, quella di una Europa che era stata cristianizzata fin dalle sue radici, e nella quale rimarrebbero soltanto nuclei isolati di cristianesimo, quasi come realtà puramente residuali.
Il tramonto della "cristianità" non è il tramonto del cristianesimo.La storia cristiana  ne ha conosciuti altri e piú drammatici dell’attuale. Pensiamo a Sant’ Agostino e alla fine del mondo romano. Pensiamo alla fine del Medioevo, con tutta la sua grandezza, e alla nascita degli ordini mendicanti - francescani e domenicani – come uno sforzo d’immaginazione d’una nuova presenza del cristianesimo in una società che cambiava profondamente.
Nel suo libro "Dio non ha paura", il professor Riccardi, fondatore della Comunità di sant’ Egidio, cita questa confessione del padre Alexander Men, presbitero ortodosso russo, morto nel 1990 in strane circostanze: "In realtà, il cristianesimo sta facendo i suoi primi, timidi, passi, nella storia della stirpe umana. La storia del cristianesimo sta ancora cominciando"


2.     Tutto il mondo è terra di missione

Non vi sono inizi facili nella storia della fede cristiana. Lo sappiamo bene. E lo stiamo davvero sperimentando. La diminuzione della pratica religiosa in quasi tutta l’Europa, la crescente secolarizzazione, il fenomeno della cosiddetta "deculturizzazione" come uno sforzo per superare i postulati dell’antropologia cristiana, un laicismo che tende a ridurre la fede e le sue espressioni al solo ambito privato della coscienza individuale, ci parlano di una "agonia del cristianesimo" – per dirlo col titolo dello spagnolo Miguel de Unamuno -  agonia non nel senso di morte della fede, ma nel senso di lotta e sforzo di questa, per trovare la sua posizione nel mondo d’oggi.
Mi sia consentito qui un riferimento ad un fatto della mia diocesi di Barcellona. Nei giorni dal 17 al 19 di gennaio 2008 celebrammo un Congresso Internazionale di Teologia Pastorale nella nostra città, in occasione del quarantesimo anniversario della fondazione della Facoltà di Teologia della Catalogna e del Centro di Studi Pastorali delle diocesi catalane. Questo fatto evocò, a noi che già abbiamo percorso buona parte del cammino della vita, il ricordo di tre libri che lasciarono una profonda traccia  nella nostra gioventù: France, pays de mission? di Henri Godin e Ivan Daniel (Paris, 1943), Problèmes missionaires de la France rurale, (2 vol.), di Fernand Foulard (Paris, 1945), e Paroisse, communauté missionaire, di George Michonneau (Paris, 1946).
Le tre opere sono degli anni 40 del secolo scorso. Però quell’attenzione  trovò un’eco crescente in Francia e fuori, ed è giusto ricordare che ricevette il sostegno di prelati della Chiesa, come il cardinale Emmanuel Suhard, arcivescovo di Parigi e la sintonia dei sacerdoti -ricordiamo i sacerdoti operai- e dei religiosi,  delle religiose, dei laici, e dei movimenti legati all’Azione Cattolica.
Questa sensibilità è maturata nella Chiesa e ha trovato la sua nascita e il suo orientamento, approvati soprattutto nel Concilio Vaticano II, che offrì alla Chiesa le chiavi e la sua carta di navigazione per inserirsi nella modernità.
Permettetemi un’autocitazione: nell’assemblea della mia diocesi, celebrata a Barcellona il 6 giugno scorso, sono stati presentati i tre obiettivi pastorali diocesani per i prossimi tre anni, concretizzati dopo varie consultazioni in tutte le realtà della diocesi. I tre obiettivi sono i seguenti: 1°) conoscere, celebrare e vivere la Parola di Dio; 2°) crescere nella solidarietà in mezzo alla crisi economica; e 3°) partecipazione degli emigranti nelle comunità cristiane.
Ho collocato questi tre obiettivi nell’inquadratura  di una pastorale ispirata e dinamizzata completamente da una volontà missionaria. È per questo che dissi ciò che segue: "Dobbiamo essere molto sinceri e oggettivi. Dobbiamo accettare  pienamente che, in questi inizi del secolo XXI ci troviamo in una situazione di missione. E dobbiamo accettarlo coraggiosamente. Che non ci faccia paura il molto lavoro che ci aspetta per evangelizzare e farlo nel modo giusto (…) Annunciamo Gesù Cristo con allegria e convinzione. Che non ci manchi il coraggio necessario per offrirci completamente all’obbiettivo della nuova evangelizzazione ed anche per lasciarci più pienamente evangelizzare".


3.    Vivere ed evangelizzare nella pluralità religiosa

In ogni epoca ed ogni giorno, la Chiesa deve ritornare al suo Signore e al suo Vangelo, perché in esso, attraverso  la grazia dello Spirito Santo, si trova la forza e la giovinezza della Chiesa. Una forza che si manifesta nella debolezza e nella fragilità, perché questo è il gran paradosso del Cammino della Chiesa nella storia, come pure nel cammino di tutti i credenti. "Portiamo un tesoro in vasi di creta". L’abbiamo ricordato in occasione dell’anno giubilare di San Paolo, nel bimillenario della sua nascita.
Per questo ci sentiamo nello stesso tempo  forti e fragili di fronte alle sfide  del cristianesimo contemporaneo. E cito di nuovo il Professor Riccardi per dire che "la grande sfida  del cristianesimo contemporaneo è quella di vivere nella pluralità religiosa". Il ventesimo secolo - e potremmo dire anche il ventunesimo secolo - è un secolo in cui il cristianesimo fa una esperienza decisiva e inedita nel rapportarsi con le altre Chiese e comunità cristiane e con le altre religioni.
Soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolico-romana mantiene un notevole sforzo d’incontro con gli altri mondi cristiani mediante l’ecumenismo, che ha ottenuto considerevoli risultati, e con le grandi religioni mondiali.
Nell’orizzonte di uno Stato tradizionalmente cristiano - in una "situazione di cristianità" - in cui le istituzioni erano impregnate dal cristianesimo e dalle chiese, riconosciute come religione pubblica e ufficiale, non vi era spazio per altri mondi religiosi. Però adesso, in questo inizio del terzo millennio, le chiese e le comunità cristiane sono chiamate a vivere l’esperienza d’una pluralità religiosa. Questa è la realtà attuale e lo spirito dell’incontro della Comunità di Sant’Egidio, qui a Cracovia.


4.    Guida per vivere e convivere nella pluralità

Il Concilio Vaticano II fu profondamente innovativo rispetto agli altri mondi, religiosi o secolari e offrì nuovi schemi di rapporto con i non cristiani, i laici e i non credenti. A questo proposito sono di grande attualità tre documenti: la dichiarazione sulla libertà religiosa, Dignitatis humanae; la costituzione pastorale sulla Chiesa e il mondo d’oggi, Guadium et Spes; e la dichiarazione sulle religioni non cristiane Nostra aetate.
Qui nella Chiesa locale di Cracovia, dove tante cose ci ricordano la figura del grande Papa Giovanni Paolo II, e dove veniamo accolti da colui che fu il suo fedele segretario e che adesso è l’avvocato della sua memoria, il cardinale Stanislaw Dziwisz, è opportuno ricordare il memorabile Incontro Interreligioso dell’ottobre del 1986 ad Assisi, non compreso allora da tutti, che però è stato una guida provvidenziale nel cammino della Chiesa per vivere nella pluralità.
Lo stesso Giovanni Paolo II indicò modi per seguire questo cammino. In una delle sue encicliche sociali affermò che "l’articolazione pluralista della società e la rappresentatività  delle sue forze vitali rispondono alla realizzazione del principio di sussidiarietà", così importante nella dottrina sociale cristiana. (Centesimus annus, 48). Il bene comune dipende, anche nell’ordine politico, da un sano pluralismo sociale. Ne indicherò alcuni di quelli modi, sperando che i membri della tavola vogliano completarli,precisarli e aiutarci nella loro applicazione pratica.
Però, anzitutto, vorrei che fosse chiara una convinzione: chi si avvicina al pensiero sociale cristiano scopre in esso una innata simpatia a favore del pluralismo, degli organismi intermedi alla luce del principio di sussidiarietà, e in generale a favore del dinamismo e dell’azione dei collettivi che formano la società civile.


4.1    Rispettare le identità diverse e vivere la propria identità

Rispettare le identità ci indica una nuova esperienza di vita nel cammino della fraternità, sia ecumenica sia interreligiosa. Per tutte e due è valido quello che diceva Giovanni XXIII: che è molto più quello che ci unisce che quello che ci separa. Con i fratelli cristiani delle Chiese con cui ancora non viviamo in piena comunione ci uniscono molte cose. E con i fratelli delle grandi religioni ci unisce il senso del mistero dell’universo, della vita e della persona umana, e la ricerca e l’esperienza di vita di grandi tesori di sapienza come risposta a questo mistero che ci avvolge.
Al tempo stesso, pur rispettando le identità dei fratelli, siamo chiamati a vivere radicati nelle fonti della nostra identità, nella ricchezza della nostra spiritualità.
Come può dialogare veramente chi non ha coscienza della propria identità? Posso dire che questa affermazione della profonda esperienza di vita della propria identità come condizione per un vero dialogo è uno dei punti piú comuni e ripetuti nel mio ministero episcopale. Lo dico qui come una confessione personale, più che come una originalità, perché considero che è una affermazione che si impone tanto per la sua evidenza teorica come per gli insegnamenti della vita pratica.


4.2    Rispettare le differenze

Insisto in questo aspetto, perché mi sembra che abbia una importanza fondamentale e non solo nell’ambito religioso. Per poter rispettare debitamente l’identità degli altri è indispensabile che facciamo un discernimento dell’attitudine mentale e spirituale di noi stessi davanti a questa identità diversa dalla mia.
Siamo portati a vedere il diverso e le diversità non come un arricchimento ma come una minaccia. Eppure dobbiamo vederli come un arricchimento. Solo con questo atteggiamento - che non è un risultato che si possa ottenere in un giorno - l’identità e la diversità, vissute con intelligenza e con fede, potranno aiutare ad arricchire il mondo contemporaneo fornendole quel tanto necessario "supplemento di anima".
Desidero sottolineare l’esempio di rispetto alle differenze che dette l’Incontro interreligioso di Assisi e gli incontri successivi promossi dalla Comunità di Sant’ Egidio, in cui, come nel presente incontro le diverse religioni e le diverse Chiese e comunità cristiane vivono una vera fraternità pregando le une accanto alle altre in un comune desiderio di contribuire alla pace perché questa sia una realtà nell’intimo dello spirito di ogni uomo o donna religiosi e nelle relazioni tra i popoli della terra.
Benedetto XVI, nella sua recente lettera enciclica di tema sociale ha scritto una frase che ha suscitato l’interesse dei mezzi di comunicazione: "La società sempre più globalizzata ci rende più vicini, ma non ci rende più fratelli". E aggiunge che la fraternità tra gli uomini, nonostante le differenze, solo può nascere solamente dalla fede nella paternità universale di Dio, il Dio Padre di tutti, creatore dell’uomo e della donna a sua immagine e somiglianza (Caritas in veritate, n.19).


4.3    Evitare discriminazioni e collaborare al servizio dello sviluppo e della pace.

Il Vaticano II, nella sua dichiarazione Nostra aetate, si propose soprattutto di mostrare ciò che gli uomini e le donne delle distinte religioni hanno in comune con lo scopo di promuovere la convivenza, il dialogo e la collaborazione tra tutti. In questo senso, la dichiarazione conciliare ebbe una intenzione eminentemente pratica. Ciò nonostante, alcune delle sue affermazioni hanno un ricco contenuto dottrinale, dal momento che promuove una visione sostanzialmente positiva delle grandi religioni, che enumera espressamente. Ecco un esempio di ciò che desidero esprimere: "La Chiesa Cattolica non respinge nulla di ciò che di vero e santo possiedono queste religioni.  Considera con sincero rispetto il modo di fare e di vivere, i precetti e le dottrine che,sebbene discordino molto da quelli che essa mantiene o propone, spesso riflettono,invece,una scintilla di quella Verità che illumina tutti gli uomini" (Nostra aetate, 2).
Apprezzando i valori delle altre religioni, il Concilio fece questa affermazione,in un chiaro riferimento implicito all’accettazione del pluralismo religioso: "Non possiamo invocare Dio, Padre di tutti, se ci neghiamo a comportarci fraternamente con alcuni uomini, creati a immagine di Dio  (…) Cosi si sopprime il fondamento di ogni  teoria e prassi che introduce discriminazione tra un uomo e un altro, tra un popolo e un altro per quel che riguarda la dignità umana e i diritti che da essa derivano. La Chiesa, di conseguenza, condanna come aliena allo spirito di Cristo qualsiasi discriminazione o sopruso per motivi di razza, di condizione o religione" (Ibidem, n.5).
Inoltre il documento esorta i figli e le figlie della Chiesa a che,  "con prudenza e carità, mediante il dialogo e la collaborazione con i seguaci  di altre religioni, riconoscano, salvaguardino e promuovano quei beni spirituali e morali, e i valori socioculturali che in essi si trovano". (Ibidem, n.2).
Ogni paese deve scoprire su quali questioni deve basare la collaborazione interreligiosa. Però appaiono priorità di valore universale nel mondo d’oggi: evitare discriminazioni, promuovere lo sviluppo, cercare di superare il sottosviluppo, assicurare i bisogni fondamentali, soprattutto  alimentari, e favorire la pace.
In questo senso, considero provvidenziale che siano sorte in molti posti basi interreligiose. Nella nostra diocesi di Barcellona opera un Gruppo di Lavoro Stabile sulle Religioni (GTER) nel quale anche la Chiesa Cattolica è rappresentata.
Un punto concreto sul quale probabilmente ancora dobbiamo riflettere e lavorare è quello delle "conversioni", ovvero la libertà delle persone di cambiare di religione o di aderire ad una di esse.  Mi pare che si tratti di una questione complessa e ancora aperta a ulteriori riflessioni da parte di tutti.


4.4    Laicità dello Stato e rispetto alle attività religiose

Desidero anche riferirmi brevemente all’aspetto dell’incidenza della  pluralità religiosa nelle relazioni tra le istituzioni religiose  e gli Stati. Per quel che riguarda le relazioni tra le religioni e lo Stato, la maggioranza degli stati dell’Unione Europea, nell’attualità vivono nel  cosiddetto sistema "non confessionale", diventato ormai una norma comune. Per cui è di grande importanza l’interpretazione e il modo di applicazione della "non confessionalità" o della cosiddetta "laicità". Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno fornito una grande chiarezza in questo tema e qualche prominente politico attuale ha individuato il concetto della cosiddetta "laicità positiva". La stessa espressione ci indica già che si tratta della correzione di una linea che potrebbe definirsi, in contrasto, come "laicità negativa".
Ascoltiamo Giovanni Paolo II che parlò della laicità delle istituzioni nel contesto di una società pluralistica: "Il principio di laicità comporta il rispetto ad ogni confessione religiosa da parte dello Stato, che assicura il libero esercizio delle attività di culto, spirituali, culturali e caritative delle comunità dei credenti. In una società pluralistica, la laicità è un luogo di comunicazione tra le diverse tradizioni spirituali e la nazione" (Discorso al Corpo Diplomatico, 12/01/2004).
Molto diverso è l’atteggiamento, che tuttavia persiste, del laicismo intollerante con le religioni, che combatte ogni forma di rilevanza politica della religione, dimenticando che se lo Stato è aconfessionale, la società, invece, non lo è.
Un altro aspetto della questione è quello del cosiddetto "pluralismo di scelta politica" dei cristiani, in coerenza con i principi morali. Così lo ricordarono il Vaticano II e il Papa Paolo VI all’affermare che "una stessa fede cristiana può condurre a impegni diversi" (Gaudium et Spes, 43, e Octogesima adveniens, 50).  Ciò richiede, all’interno delle comunità cristiane, una ascesi del rispetto alle diversità di scelta, nella comunione della fede e nel rispetto dell’etica naturale e dell’ordine morale della propria confessione.


5.    La difficile gestione del pluralismo

Contro le cosiddette profezie di coloro che annunciavano la fine delle religioni e in concreto del cristianesimo, possiamo affermare che le religioni non sono uscite dalla storia.
Le religioni e in concreto il cristianesimo, in una società sempre più pluralistica, appaiono come una realtà fragile e forte al tempo stesso. Per cui, nei mezzi di comunicazione si alternano le interpretazioni sul "tramonto o la morte di Dio" con quelle del "ritorno o la vittoria di Dio".
Noi uomini e donne religiosi dobbiamo contribuire alla difficile comprensione e della gestione del pluralismo ed a ogni tipo di differenza. Non è un compito facile e forse dobbiamo riconoscere, come punto di partenza e con umiltà, che non siamo ancora abbastanza preparati per rispondere adeguatamente alle sfide che la società sempre più globalizzata ci propone.
Il vivere la propria identità in una società plurale e la fraternità ecumenica e interreligiosa nel rispetto alle diverse identità, è un lungo cammino. Ed è un lungo percorso la pace interreligiosa come condizione della pace nel mondo e tra i popoli e che nel linguaggio cristiano chiamiamo "diversità riconciliata".
Anche se questo non è il tema del nostro incontro, desidero finire facendo riferimento all’auspicabile pluralismo dei mezzi di comunicazione, come condizione per una società veramente democratica. Al contrario, la gestione di questa pluralità si fa sempre più difficile nelle società in cui si tende alla concentrazione di questi mezzi, cosa che rappresenta un gravissimo problema nella vita sociale dei diversi Stati.
Concludo il mio discorso. Qui a Cracovia, nel clima dell’ammirazione e della venerata memoria di Giovanni Paolo II, oso invitare tutti, nonostante la difficile gestione della pluralità in tutti gli aspetti, ad ascoltare di nuovo quelle parole con cui si presentò al mondo, il giorno della sua elezione, dal balcone centrale della basilica di San Pietro del Vaticano: "Non abbiate paura".
Vi ringrazio per la vostra cortese attenzione

+ Lluís Martínez Sistach
Cardinale Arcivescovo di Barcellona


Cracovia 2009

Il saluto di papa Benedetto XVI all'Angelus


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