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7 Settembre 2009 09:30 | Filharmonia Krakowska

Contributo



Crescenzio Sepe


Cardinale, Arcivescovo di Napoli, Italia

Panel <Memoria e profezia: l’eredità di Giovani Paolo II>
Cracovia -Lunedì 7 settembre

Credo che tra i compiti più impegnativi assegnati agli uomini di chiesa, di cultura, o agli storici, ma- in generale – all’intera umanità, vi sia quello di comporre, in qualche modo, l’eredità a noi lasciata dal lungo pontificato di Giovanni Paolo II. Tanto più se i termini sono quelli di <memoria e profezia>, ossia ciò che il passato ha già consolidato e ciò che, invece, è significativo in proiezione futura.
Ci si trova di fronte, da ogni lato, a un compito immane : Papa Wojtyla  è stato testimone e poi protagonista assoluto di un larghissimo tratto di storia dell’ultimo secolo del Duemila e ha accompagnato con paternità e dolcezza, l’umanità al varco della soglia del terzo millennio.
Vorrei esprimere, innanzitutto, anche in questa occasione – nella sua terra d’origine – il privilegio  che a noi tutti è toccato, per mano della Provvidenza, di aver potuto contare su  una tale guida.
Mai nessuno, forse, ha attirato a sé tante definizioni come Giovanni Paolo II; se da un lato è stata sempre viva e forte  la volontà di approfondirne l’opera, dall’altro, proprio la molteplicità dei suoi doni e del suo carisma, ha spinto molti verso la ricerca di sintesi – o anche di qualche frase ad effetto-  in grado di cogliere gli aspetti più particolari di una personalità di così largo spessore.

Dal Papa  <grande comunicatore> , al Papa <globe-trotter>, dal Papa <filosofo>, al Papa <atleta di Dio>: ogni definizione, tra le tante, centrava una parte di verità, e metteva a fuoco un aspetto particolare e specifico.
Ma su tutte vorrei porre in risalto quella che, a mio avviso, non va considerata una semplice definizione, ma qualcosa –o, forse, - molto di più: una verità. Giovanni Paolo II è stato prima di tutto e innanzitutto un <uomo di Dio>. E’ da questa verità che deriva tutto il resto; ed è questa verità che, più di ogni altra, io credo, contribuisce a illuminare una persona e lo stesso pontificato.
Karol Wojtyla <uomo di Dio>: è la radice che spiega come il nostro amatissimo Papa, nostro padre nella fede, sia diventato anche padre di un’umanità alla ricerca di senso. Un’umanità smarrita, sulla quale è parso calare, a un  tratto, tutto il peso della storia complessa e tragica dell’ultimo secolo del millennio; un secolo di martiri, a  causa delle grandi scorrerie di violenze che l’hanno segnato da un capo all’altro. Un secolo che, dopo le sbornie di devastazioni e le folli ventate di odi e di distruzioni, quasi reclamava, come contropartita di giustizia, l’avvento di una figura capace di imprimere il segno di una storia totalmente diversa. Giovanni Paolo II è stato, in larga misura, il punto e a capo  di un tempo nuovo. La speranza è tornata a prendere respiro tra gli uomini. Ma non  in senso semplicemente emotivo: Papa Wojtyla ha dato conto di questa speranza e, dal primo atto del suo pontificato, non ha smesso di indicarla per nome: <aprite, anzi spalancate, le porte a Cristo>  è ricordata come la sua splendida frase d’esordio, ed  è stato esattamente da quel momento che la speranza si è fatta concreta e ha preso spessore, non solo per la chiesa, ma per il  mondo.

Il mondo, non meno della chiesa, quasi mostrava l’attesa per un Papa capace di prendere in mano, prima di tutto in senso spirituale, le redini di un secolo scosso dalla violenza, e tuttavia segnato da profondi rivolgimenti culturali e sociali. In pochi decenni, a partire dagli anni Sessanta, più che cambiamenti si erano succedute vere e proprie <rivoluzioni>, tali da stravolgere i lineamenti del pianeta. Il crollo del Muro di Berlino, considerato lo spartiacque tra i vecchi assetti e la nuova e ancora inesplorata realtà della globalizzazione, può essere considerato, oggi, come la conseguenza inevitabile dei molti processi già in  atto. Se la libertà è riuscita a farsi strada e a venire finalmente a capo dei molti suoi ostacoli, non è stato certo per il solo prodigarsi delle cancellerie politiche. 
Gli anni di pontificato di Giovanni Paolo II hanno fatto vedere, quasi in senso fisico, come le esigenze di libertà abbiano preso a respirare e a riempire delle loro attese, il mondo intero.
Parlare (e sperare)  di libertà – come di giustizia e di pace – in quegli anni significava volgere lo sguardo alla finestra di Piazza San Pietro.
Il magistero di Papa Wojtyla è stato davvero a tutto campo, poiché è stato svolto avendo di mira l’uomo. E l’uomo concreto della storia del suo tempo; colui che opera e agisce nel campo della cultura, nel lavoro, nell’imprenditoria, nella politica.

Mi piace ricordare, in questa occasione, una definizione che il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, diede di Papa Giovanni Paolo II. Il Presidente Napolitano non esitò a indicare Papa Wojtyla come <il più grande statista del secolo>. Statista, si badi bene: la fede non limitava, né ottenebrava la sua visione politica, bensì ne ampliava gli orizzonti; faceva in modo che lo sguardo fosse più lucido e penetrante.
Anche in questa dimensione l’elemento da richiamare è quello costitutivo di Karol Wojtyla < uomo di Dio>.
Il suo segreto – svelato senza neppure bisogno di annunciarlo, tanto era connaturato alla sua persona – era la preghiera; la sua familiarità con il Signore. Vorrei dire la sua <confidenza>, maturata nel corso di colloqui ininterrotti, e di un affidamento totale e senza riserve.
Papa Giovanni Paolo II aveva, tra gli altri, il dono di rendere quasi viva e palpabile, proprio attraverso questa sua estrema familiarità, la presenza del  Dio-accanto. Al suo cospetto si viveva immersi nella dimensione di una spiritualità spontanea e naturale.
Ogni qualvolta si ritorna a parlare di Giovanni Paolo II è difficile dire se il campo è quella della memoria o della profezia: la grandezza e l’attualità del servo di Dio è anche in questa straordinaria complementarietà che porta al di là del tempo, laddove la memoria diventa vita concreta e la profezia si manifesta come storia già in atto.

Ora che, sotto la guida illuminata e paterna di Papa Benedetto XVI, stiamo per toccare il primo  decennio del terzo millennio, il pensiero corre, in maniera del tutto naturale, alla <Novo Millennio Ineunte>, la  Lettera con  la quale, a conclusione del Grande Giubileo dell’Anno Duemila, Papa Wojtyla ha indicato all’umanità il cammino per un nuovo futuro.
La consegna di Giovanni Paolo II è stata – ed è – quella di <ripartire da Cristo> ed essere < testimoni dell’amore> (NMI, III, IV) puntando sulla santità, sulla preghiera, sulla riscoperta dei sacramenti, sulla Parola e sul primato della Grazia.
<Un nuovo millennio si apre – scriveva il Santo Padre Giovanni Paolo II – davanti alla Chiesa come oceano vasto in cui avventurarsi, contando sull’aiuto di Cristo. (…) Il nostro passo, all’inizio di questo nuovo secolo, deve farsi più spedito nel ripercorrere le strade del mondo>…
E’ su questa strada che, anche in suo nome, Papa Benedetto sta conducendo con mano ferma cuore generoso la Chiesa del dopo Giubileo e del dopo- Concilio. Memoria e profezia sono, allo stesso tempo, l’eredità e la ricchezza che scaturiscono dall’inesauribile deposito di una fede sempre giovane e perennemente alimentata dalla speranza.
Da quella speranza che Papa Wojtyla, nella Messa di inaugurazione del Pontificato, chiamò per nome: < Non abbiate paura. Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!>.
Sempre più quel grido appartiene al mondo intero.


Cracovia 2009

Il saluto di papa Benedetto XVI all'Angelus


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