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05/12/2016
Preghiera per i poveri

Preghiera ogni giorno


 
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7 Settembre 2009 16:30 | Filharmonia Krakowska

Intervento



Hamidou Sall


Organizzazione Internazionale della Francofonia, Francia

...Come per la salute,
Solo chi ti perde conosce il tuo valore e la tua bellezza.
Io vedo e mi accingo oggi a descrivere tutte le tue attrattive,
Patria mia! E a cantare i miei rimpianti e le mie lacrime

...Trascinare sui selciati di Parigi simili sogni
Quando nel mio orecchio risuonano i clamori, le menzogne
Che salgono dalla città, progetti intempestivi,
Liti di dannati, lamenti, rimpianti tardivi!

...Il nostro pensiero esita a librarsi
E per parlar di te, la nostra anima è priva di slancio,
Polonia, o madre nostra !...

Questi versi mi sono riaffiorati alla memoria quando ho ricevuto l’invito a partecipare a questo convegno. Sono di Adam Mickiewicz, il grande romantico polacco, poeta fatto monumento e immobilizzato nella postura di eroe della mitologia di questa terra.
Per Mickiewicz, il grande Hugo, autore della Leggenda dei secoli, aveva scritto : “Parlare di Mickiewicz, è parlare del bello, del giusto e del vero, è parlare del diritto di cui fu il soldato, del dovere di cui fu l’eroe, della libertà di cui fu l’apostolo, e della liberazione di cui fu il precursore. Esule, proscritto, vinto, ha gettato superbamente ai quattro venti l’altera rivendicazione della patria”.
Adam Mickiewicz fu professore al Collège France a Parigi. E’ durante il suo soggiorno sulle rive della Senna, a Parigi, che compone e pubblica, nel 1834, Pan Tadeusz, un lunghissimo poema che è una rievocazione intelligente e patetica della patria  schiacciata e umiliata.

Chi non ha memoria non avrà futuro. Il futuro si costruisce in funzione di un passato che ci aiuta e ci porta più lontano. E’ tutta l’importanza delle poste in gioco della memoria, e ricordarlo qui, a Cracovia, in questa terra di Polonia che conobbe le peggiori sventure della guerra e tante altre vicissitudini della  vita,  è per me un dovere e un modo di sottolineare la solidarietà dei popoli che la storia ha feriti.

Prendendo la parola qui, in questo convegno dedicato alla pace del mondo e alla fraternità dei popoli, ho il piacere di trasmettere il saluto dei popoli dell’Africa, e più in particolare il saluto amichevole e fraterno della mia terra senegalese. Mi è dunque particolarmente gradito mescolare la mia piccola voce a questa polifonia, che, dopo Assisi, la città di San Francesco, percorre instancabilmente il mondo per seminarvi la buona parola.

Grazie dunque alla Comunità di Sant’ Egidio che, nel limite tirannico di dieci brevi minuti, mi offre nondimeno l’occasione di intrattenervi su un tema che non sarebbe sviscerato in dieci ore.
Se ho iniziato il mio intervento con la parola di un poeta di qui, vorrei finirlo allo stesso modo con quella di un altro della terra polacca. Ma tra i miei due poeti polacchi, vi parlerò di un altro poeta; un poeta originario del mio paese, un poeta senegalese che ha firmato alcune delle pagine più belle della letteratura francofona : ho nominato Léopold Sédar Senghor. E vi parlerò del Senegal, e pertanto dell’Africa, attraverso una rapida rassegna della sua opera. Facendolo, dirò una parola su quest’Africa portatrice al tempo stesso di incertezze inedite e di nuove forme di esclusione, ma un’Africa aperta risolutamente a grandi opportunità, e portatrice di nuove occasioni di fioritura, se sa essere fedele al proprio genio in un mondo globalizzato che non le fa regali.
L’Africa da cui provengo e di cui vorrei parlarvi, nel limite del tempo che mi è assegnato, è la terra che, avendo dato tanto al mondo, ha, da molto tempo e per sempre, scritto la speranza nel cuore degli uomini ; un’Africa che ha moltiplicato la storia con la geografia.
La violenza della storia le ha strappato centinaia di milioni di suoi figli, coinvolgendola nella costruzione dei Caraibi e delle Americhe, coi quali essa è legata dal sangue e dalla dolorosa memoria di quell’ignobile commercio triangolare che è stata la tratta negriera. Ha conosciuto anche una dolorosa traiettoria nei suoi rapporti con un’Europa che, con le grandi spedizioni marine e la colonizzazione, definirà i contorni cartografici del suo frazionamento interno. L’Africa è il libro aperto in cui si legge la storia dell’umanità.
L’Africa ha apportato un enorme contributo alla costruzione del mondo ed anche per questo, ha pagato un pesante tributo che gli storici, spesso, dimenticano di rammentarci. Sorgendo dalla lunga notte coloniale, l’Africa è caduta in una decolonizzazione abortita, pur essendo, ugualmente e allo stesso tempo, il luogo di esacerbazione di una guerra fredda che vi ha trasferito le proprie contraddizioni, offrendole così, oltre alle proprie lacerazioni, conflitti di un’altra dimensione, che hanno avuto, per conseguenza, regimi politici senza legittimità democratica, sullo sfondo di conflitti etnici e religiosi di un’altra epoca.
Un’Africa costantemente minacciata da guerre civili, un’Africa ferita dalle grandi endemie e pandemie. Un’Africa ancora vittima dell’impoverimento crescente e di una globalizzazione selvaggia.
E tuttavia, contro venti e maree, è rimasta in piedi, e resta ancora in piedi. O meglio, dal suo pesante passato e dal suo presente difficile, trae una forza incrollabile combinata con una tenace volontà di uscirne : è questo che le dà la forza di guardare al domani.

Io sono un africano originario del Senegal, un piccolo paese di cui più dell’ottanta per cento dei cittadini è di religione musulmana, una maggioranza schiacciante che tuttavia, per vent’anni, aveva scelto di farsi guidare, come primo Presidente della Repubblica, da un uomo che apparteneva alla minoranza cattolica. 

Figlio di un secolo brutale, sconvolto dalle guerre mondiali, dalle decolonizzazioni, dai totalitarismi e dall’apartheid, Léopold Sédar Senghor, perché si tratta di lui, ne era divenuto l’attore stupefacente. Con il suo sguardo unico, ne aveva accompagnato il pesante cammino, e aveva contribuito a forgiarlo, assumendo la carica del politico e al tempo stesso quella del poeta e dell’intellettuale.
A capo del giovane Senegal da poco indipendente, Léopold Sédar Senghor ha subito puntato sulla risorsa umana, la stessa senza la quale niente è vivibile, e ancor meno durevole. Educatore senza pari, ha investito se stesso nell’organizzazione di un sistema educativo efficiente, basato su un insegnamento di alta qualità, un insegnamento che ha saputo mantenere l’equilibrio tra le realtà locali e quelle di un vasto mondo a cui la storia aveva legato il suo paese. I giovani allievi senegalesi erano aperti a tutte le discipline : letteratura, scienze, musica, ecc. Studiavano tutte le opere, classiche e moderne. Senghor aveva mantenuto e rafforzato lo studio delle lingue classiche : latino, greco e arabo. Al Liceo si imparavano il tedesco, lo spagnolo, il portoghese, l’italiano, il russo. Egli ha fatto amare il teatro e tutte le altre arti che contribuiscono a risvegliare una coscienza culturale, nel rispetto della diversità e dell’attaccamento alla cultura africana e senegalese.
Léopold Sédar Senghor accordava una grande importanza all’educazione e alla formazione. Era sempre fiero di ricordare che il suo paese consacrava più del trentatré per cento del suo budget a questo settore, in cui si costruisce il senegalese di domani, cioè un uomo tecnicamente competente perché ben formato da una scuola radicata nei valori di civiltà africane ma anche perfettamente cosciente e aperta alle scommesse del mondo moderno, perché culturalmente aperta ai valori fecondanti degli altri, culturali, condivisi e fraterni.
Per lui, niente meglio della Scuola poteva realizzare questo grande progetto di civiltà. Professore di lettere classiche e grammatico, questa guida di uomini sapeva che per educare bisognava prima di tutto radicare ; ed è proprio lì l’etimologia di questa parola a cui egli ha consacrato il fondamento primario della sua vita.

Uomo politico, in un’Africa più segnata da colpi di stato militari e dal monopartitismo,  Léopold Senghor ha spinto il Senegal nella via del multipartitismo e della democrazia. Del resto, è questo ancoraggio durevole in una democrazia giovane e promettente, in una libertà di pensiero e di opinione, in una stampa liberamente proliferante, e in un rispetto dei diritti dell’uomo, che ha offerto al suo paese, nel marzo 2000, una bella alternanza politica, esemplare e pacifica. Altri paesi ci sono riusciti, e si può solo rallegrarsene.

Da parte mia, resto convinto che il percorso eccezionale di quest’uomo d’eccezione resta un esempio su cui meditare al di là delle vicissitudini della storia e degli antagonismi politici.
Oggi, riguardo al percorso di Léopold Sédar Senghor di cui siamo gli eredi – per adesso un po’ disinvolti – mi sembra possibile e urgente  mostrare che la sua opera e la sua azione aprono un cammino sempre vivace e fruttuoso.
Léopold Sédar Senghor ci ha dato il gusto e la passione della curiosità testarda dell’altro. Ci ha mostrato che era possibile radicarsi nella propria cultura pur essendo aperti ai valori fecondi delle altre culture e civiltà.

Senghor è Senghor perché è al tempo stesso il figlio della cultura africana e il puro prodotto dell’università occidentale. La sua opera poetica e morale, la sua volontà e la sua lotta politiche hanno stabilito per le generazioni attuali e future, un dialogo formidabile e reale tra due mondi e due grammatiche dell’intelligenza e dello sguardo. Un ponte di carne e di pensiero mantiene ancora in vita queste due entità, questi due versanti di una storia culturale votata, checché si dica o si faccia, all’unità rispettosa delle specificità o alla polvere delle intolleranze.
Oggi, in questi momenti di rinnovamento doloroso delle basi del mondo, in questi tempi cupi e oscuri del ripiegamento su di sé, della chiusura, della crescita dei pericoli dell’egoismo e dell’ignoranza dell’altro, l’opera di Senghor mi appare come una formidabile sorgente d’ossigeno e di speranza. Una riflessione serena e lucida, critica e prospettiva costituisce per noi senegalesi e africani, un’opportunità, un campo di possibilità, da cui si può trarre la forza di guardare al domani, come diceva il suo amico e compagno di penna e di lotta, Aimé Césaire, l’illustre poeta della Martinica che ci ha lasciati poco più di un anno fa.

Durante la sua vita, Léopold Sédar Senghor si è battuto per costruire, in un dialogo delle culture fecondo e sostenuto, un mondo nuovo che sapesse mantenere l’equilibrio tra l’orgoglio di essere diverso e la fortuna di essere insieme. 
Uomo di Stato, ha  contribuito potentemente a forgiare una nazione. Ha consolidato l'unità del suo paese per farne un paese di tolleranza e di laicità attiva. Ha consolidato le basi di un dialogo costante e quotidiano tra musulmani e cristiani che in un piccolo paese senza grandi risorse naturali, hanno imparato a vivere, a lavorare e a soffrire insieme. Uomini e donne che partecipano in comune a tutte le azioni di solidarietà per costruire, ad esempio, insieme una moschea o una chiesa.   
E' questa solidarietà a far sì che ovunque musulmani e cristiani coltivino insieme i loro campi e mangino insieme la carne dell'Aïd, la festa del montone, o la pappa di miglio con la pasta d'arachidi quando arriva Pasqua. Condividono la gioia e la felicità delle stesse cerimonie familiari e religiose, uomini e donne di religioni diverse che si frequentano e si apprezzano a vicenda.

Signore, signori, a Léopold Sédar Senghor dobbiamo anche la bella e ricca nozione di accordo conciliante che riassume ciò che vi ho appena detto del mio paese, cioè l'essenza di quest'arte di vivere senegalese, questo meraviglioso legame sociale che si trova nella ricerca e nella cultura di ciò che unisce e non di ciò che divide. La concezione sengoriana dell'accordo conciliante, è questa magnifica via che permette di andare all'essenziale di ciò che preserva il legame sociale e consolida la volontà comune di vita comune.

Ho aperto il mio discorso con Adam Mickiewicz e vi ho intrattenuti su Léopold Sédar Senghor, qui a Cracovia, in terra polacca, nella patria di Wislawa Szymborska, Premio Nobel per la letteratura nel 1996. Ma non potrei finire il mio intervento senza parlarvi di un'altra grande figura polacca, un uomo d'eccezione che ci ha lasciati qualche anno fa, una grande figura che ci aveva fatto visita in Senegal. Musulmani, a fianco dei nostri fratelli cristiani, avevamo pianto un uomo testimone d'amore e di fedeltà. All'annuncio del suo decesso, ho visto i giovani del mondo intero piangere un uomo che li ha tanto amati, e che, durante il suo pontificato, aveva lavorato all'unità dei cristiani esaltando al tempo stesso le radici comuni alle religioni del Libro. Ho nominato il Papa Giovanni Paolo II.
Ma Karol Wojtyla, il compatriota di Mickiewicz era anche un poeta. Per sua madre aveva scritto :

Sulla tua tomba bianca
Fiori bianchi pieni di vita.
Oh, quanti anni ?
Sulla tua tomba bianca,
Oh madre, mia cara estinta,
Per un figlio pieno d’amore
Un’unica preghiera : riposo eterno.

Il 14 febbraio 2009, sono andato ad inchinarmi di fronte a questo atleta della fede partito dalle terre di Wadowice e che ora riposa nei sotterranei del Vaticano nella fedeltà all’amore della sua Polonia natale,

Non abbiate paura, questa bella affermazione, questo grido ammirevole, l’aveva lanciato all’umanità per chiamarla a un’autentica conversione dei cuori e delle menti.
Nel mio paese e ovunque in altre parti dell’Africa, aveva dato alla pace il suo nuovo nome, cioè lo sviluppo. In questo, egli seguiva e prolungava l’insegnamento della Populorum Progressio, questa Enciclica memorabile del grande Papa Paolo VI, suo illustre predecessore.

Si, signori e signore, la pace non si riduce ad un’assenza di guerra, frutto dell’equilibrio sempre precario delle forze. La pace si costruisce un giorno dopo l’altro, nella ricerca di un ordine voluto da Dio che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini.
Lo sviluppo dei popoli è effettivamente il garante della pace e la pace è la conditio sine qua non dello sviluppo. Questa verità, un uomo di qui, un Uomo di fede e di pietà, un Uomo di giustizia e di pace, era venuto a ricordarcela, nella terra africana del Senegal.

E ricchi degli insegnamenti di questi uomini d’eccezione, noi africani, al di là delle vicissitudini della storia e al di là della terribile tragedia del nostro percorso, restiamo in piedi, con la forza di guardare al domani. Ed in questo c’è una formidabile opportunità.

Vi ringrazio.




 


Cracovia 2009

Il saluto di papa Benedetto XVI all'Angelus


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05/12/2016
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