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10/12/2016
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Preghiera ogni giorno


 
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7 Settembre 2009 16:30 | Aula del Collegium Novum UJ

Contributo



Hans-Henning Horstmann


Ambasciatore di Germania presso la Santa Sede

Ambasciatore della Germania presso la Santa Sede


A 70 anni dalla seconda guerra mondiale
Religioni e Culture in dialogo
Lo spirito di Assisi a Cracovia
6-8 settembre 2009
Panel 14
La transizione pacifica:1989


1989: anno di transizione in un periodo di cambiamenti
Ogni anno si celebrano giornate della memoria sia civili che religiose. In modo particolare nei periodi di crisi in cui ci si sente insicuri, si trae forza dal ricordare la propria storia comune, ci si sente rassicurati dal ricordare da dove si viene, si può, quindi, capire dove si è oggi per decidere, riflettere: dove sto andando, sono ancora sulla strada giusta?. Nel 2009 abbiamo celebrato l’80° anniversario della costituzione dello Stato della Città del Vaticano con una serie di mostre e di conferenze. Abbiamo ricordato l’insurrezione di Varsavia avvenuta 65 anni fa. Molti di noi hanno visto le immagini del primo uomo sulla luna, 40 anni fa e sono rimasti stupiti dalle possibilità offerte dai viaggi nello spazio. In questi giorni, ricordando avvenimenti del passato, comprendiamo anche le grandi opportunità che Dio ha offerto alla curiosità e all’intelletto umano. Al tempo stesso ci è anche più chiaro quanto male può fare l’uomo.
Il 1989 è un anno importante non solo per i Tedeschi. Possiamo realmente capire il valore del 1989 soltanto se volgiamo lo sguardo indietro al 1939..
Sono passati 70 anni da quando noi Tedeschi abbiamo invaso la Polonia il 1 settembre del 1939, la data dell’inizio della seconda guerra mondiale, della sistematica persecuzione e dello sterminio dei nostri concittadini Ebrei. Il resto del mondo era rimasto semplicemente a guardare o aveva volto lo sguardo altrove quando la Germania aveva annesso l’Austria nel 1938, con l’unica eccezione della protesta del Messico. Fu una concessione al dittatore anche il patto di Monaco del 29 settembre 1938, il quale ebbe come conseguenza lo smembramento della Cecoslovacchia e la sua invasione da parte delle truppe tedesche nel marzo 1939. Quello che rimase di questa nazione venne annesso al Reich. Nell’agosto 1939, fu firmato il patto tedesco-sovietico di non aggressione. Il 1 settembre 1939 i veri vincitori furono Hitler e la sua arroganza.
La fondazione della Repubblica federale tedesca nel 1949, 60 anni fa (solo poche settimane dopo la creazione della NATO, cui la Germania entrò a far parte nel 1955), inaugurò l’inizio di una storia di libertà e giustizia per la Germania. Quelli che avevano difeso queste leggi fondamentali avevano appreso la lezione dalla Repubblica di Weimar e dalla tirannia del nazionalsocialismo e si erano accordati su una costituzione che rifletteva la classica divisione dei poteri tra esecutivo, legislativo e giudiziario e fondata sull’articolo 1 “la dignità umana dovrà essere inviolabile”.
Fu grazie ai nostri amici americani che fummo capaci di rimetterci in piedi dopo il 1945. Uno statista esemplare che vorrei ricordare fu il presidente Truman, il ministro degli esteri George Marshall e il generale Lucius D. Clay che organizzò il trasporto aereo quando i sovietici avevano bloccato Berlino.
All’inizio del 1945 il papa Pio XII elesse l’arcivescovo Muench come suo delegato apostolico in Germania per aiutare con la misericordia cristiana la popolazione tedesca  sconfitta e disonorata.
I grandi europei De Gasperi, Schuman, de Gaulle, Beck, Spaak e Churchill avevano fiducia in Adenauer e nella sua politica di integrazione con l’Occidente. Questa decisione non fu presa senza controversie poiché la gente vedeva in questo suo legarsi all’Occidente, terra della libertà, un modo per perpetuare la divisione della Germania. Riflettendoci a posteriori, ciò fu alla base della cosiddetta “Ostpolitik” di Willy Brandt e Walter Scheel. Nell’agosto 1970, fu concluso un trattato tra la Repubblica Federale Tedesca e l’URSS; all’atto della firma il governo federale consegnò una lettera riguardante l’unità della Germania che recitava “questo trattato non è in contraddizione con il fine politico ultimo della Repubblica Federale Tedesca, e cioè lavorare per stabilire la pace in Europa, all’interno della quale la nazione tedesca potrà nuovamente riunirsi attraverso la libera autodeterminazione”. Nel novembre 1970 fu siglato un trattato con la Repubblica Popolare Polacca che mise definitivamente fine alle rivendicazioni tedesche riguardo gli ex-territori ad est della linea Oder-Neisse. Successivamente, furono fatti i trattati con la Cecoslovacchia, la Bulgaria, e nel 1973 con l’Ungheria; le relazioni diplomatiche con la Romania erano state stabilite sin dal 1967. Nella storia della mia nazione con le nazioni del patto di Varsavia e del COMECON la bandiera tedesca è venuta sempre dopo il commercio e gli affari. Questa è una vecchia tradizione tedesca: instaurare rapporti commerciali sviluppando contatti culturali e accademici per passare successivamente ad una collaborazione politica concreta. La firma dell’Atto conclusivo di Helsinki nel 1975 (Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) è stata il fondamento, basato su leggi internazionali, per l’opera di coraggiosi attivisti provenienti da tutte le sfere sociali impegnati nella difesa dei diritti civili. In Polonia erano attive innanzitutto la Chiesa e Solidarnosc, ma c’erano attivisti anche in altre nazioni quali la Cecoslovacchia, l’Ungheria e la Repubblica Democratica Tedesca. Le relazioni migliorarono. La Germania, fermamente legata alla Comunità Europea, agli organismi transatlantici e stato membro delle Nazioni Unite,è stata capace di creare una politica fedele all’esempio di Giovanni Paolo II, al suo coraggio e alla sua fiducia in Dio.
Vent’anni fa tutti abbiamo guardato Gyula Horn e Alois Mock mentre tagliavano il filo spinato alla frontiera tra Austria e Ungheria. Il Picnic Paneuropeo che si svolse a Sopron in Ungheria nell’agosto 1989, l’opportunità data ai cittadini della Germania Est di trasferirsi in Occidente passando attraverso l’Austria e infine l’apertura delle frontiere tra i due paesi nel mese di settembre hanno preparato la strada per la caduta del muro.
I rifugiati dell’ambasciata di Praga furono lasciati liberi di andare via il 30 settembre 1989 in seguito ai negoziati con la Repubblica Democratica Tedesca. Essi furono seguiti da rifugiati di altre ambasciate e infine il 9 novembre assistemmo alla caduta del muro di Berlino.
L’avvenimento del 9 novembre sarebbe inconcepibile senza il coraggio dei polacchi. La tavola rotonda si riunì a Varsavia il 6 febbraio e mise in crisi o addirittura si può dire che portò alla fine del governo del Partito Comunista come partito unico in Polonia. Il 4 giugno si tennero le prime elezioni libere che portarono alla vittoria quasi plebiscitaria di Solidarnosc.
In primavera, Gorbachev aveva fatto dei cambiamenti fondamentali all’assetto del Comitato Centrale e con l’elezione di rappresentanti del popolo al Congresso trasferì il potere dal partito al parlamento. Gorbachev e i riformatori nel Comitato Centrale non espressero obiezioni riguardo ai cambiamenti che stavano avvenendo in Polonia, in Ungheria e nella Repubblica Democratica Tedesca.
Sin dai primi anni ’80, alcuni gruppi che difendevano i diritti civili, ricordiamo Friederich Schorlemmer, criticavano apertamente il regime. Le preghiere per la pace in Germania orientale e le pacifiche dimostrazioni del lunedì a Lipsia furono il contributo di uomini e donne coraggiosi della RDT a questo processo di liberazione. I Tedeschi furono capaci di riunificarsi senza violenza e senza che venisse dato alcun ordine di sparare agli uomini dei servizi di sicurezza della Repubblica Democratica. Il vescovo Reinelt e il pastore Führer furono due rappresentanti del clero che lavorarono incessantemente per favorire la riunificazione.
Se si escludono gli Stati Uniti, la caduta del Muro sorprese molti, sorprese soprattutto i tedeschi stessi. La nostra politica aveva cercato di rendere più umano quel regime brutale con il quale ci trovavamo a confinare, rappresentato dalla Cortina di Ferro tra le due parti della Germania. Avevamo  tentato di migliorare le relazioni tra i due stati tedeschi nell’ambito di un processo di unificazione europea, come richiesto ad esempio dallo stesso Giovanni Paolo II..
Quando prese il potere Mazowiecki, come Primo Ministro di Solidarnosc, nell’agosto 1989 Borislaw Geremek, che sarebbe poi diventato il Ministro degli Esteri polacco, scriveva “la nuova classe dirigente polacca crede che la riunificazione della Germania sia inevitabile”. Considerare la riunificazione della Germania di particolare interesse per la Polonia, fu una grande intuizione dei consiglieri di politica estera di Solidarnosc. Essi si opposero ai tentativi dei sovietici di strumentalizzare l’atavica paura dei polacchi rispetto ai loro vicini tedeschi. Solidarnosc riconobbe che l’unità della Germania avrebbe significato non solo averla come nazione immediatamente vicina ma anche avere dalla propria parte la NATO e gli Stati Uniti.
I tedeschi dissero che l’affermazione di Geremek aveva il sapore di romanticismo politico; tuttavia nel mese di novembre questo supposto romanticismo si trasformò in realtà. Nella Germania Democratica la gente non gridava più “siamo il popolo”, ma sempre più “siamo un unico popolo” e il 6 novembre migliaia di persone si unirono in una manifestazione per una “Germania, madre patria unita”. Il 28 novembre 1989 Helmut Kohl presentò al Parlamento federale tedesco il suo Programma in dieci punti per superare la divisione della Germania e dell’Europa. Si avviarono dei colloqui bilaterali tra Helmut Kohl, Hans Dietrich Genscher da una parte e Gorbachev con Eduard Shevardnaze dall’altra. George Bush padre fece da forza trainante e James Baker aiutò nella conduzione dei negoziati “due più quattro”, cioè i colloqui tra i due stati tedeschi e gli Stati Uniti, l’URSS, Francia e Gran Bretagna.
In Germania la collaborazione tra lo stato, la  Chiesa cattolica e quella Protestante si rivelò un ottimo sostegno per questo compito senza precedenti. Il lavoro di molti nel governo, nel campo degli affari, della cultura e nel mondo accademico rese possibile la riunificazione, si dovrebbero poi menzionare anche le coraggiose decisioni di singoli individui di intraprendere una nuova vita. Bisogna dire che fu soprattutto il lavoro di Kohl, Bush e Gorbachev a portare la Germania alla riunificazione il 3 ottobre 1990.
La via verso l’unità è tutt’altro che semplice; tuttavia, proprio in questo tempo di crisi e di sfiducia, non pensiamo più nei termini di est-ovest. I tedeschi si sentono a casa propria in ogni parte della Germania ed in Europa. Con questi sentimenti affrontiamo le sfide del presente e quelle del futuro; anche se non sappiamo come le supereremo siamo sicuri di farcela.
Insieme con i nostri partner europei e mondiali, stiamo attuando una politica di buone relazioni reciproche come base per il successo nelle scelte politiche a livello globale. Non ci può essere una politica di pace se non abbiamo cura di intrattenere buone relazioni con i nostri vicini giorno dopo giorno.
Voglio citare l’esempio del buon rapporto tra la Germania e la Polonia. Le Chiese rivestono un’importanza cruciale anche in questo caso. La corrispondenza intercorsa tra i vescovi cattolici polacchi e quelli tedeschi nel 1965 (“Perdoniamo e chiediamo di perdonare”) e la cosiddetta “Ostdenkschrift” della Chiesa Protestante tedesca, cioè il “Promemoria per l’Est”, sono delle pietre fondanti nella storia delle nostre buone relazioni.  Più recentemente, nell’agosto 2009,  la dichiarazione congiunta dell’episcopato tedesco e polacco ha aumentato la fiducia e la comprensione reciproca. Il grande papa polacco ha dato al popolo delle indicazioni decisive. Nella crisi globale l’Enciclica sociale di Benedetto XVI infonde una grande speranza ed è di grosso aiuto a uomini politici, economisti, scienziati, direi aiuta in tutti i campi della nostra società.
Gli anniversari che celebriamo quest’anno ci dimostrano l’importanza di fondare le scelte politiche su una base etica per un futuro comune di pace.


Cracovia 2009

Il saluto di papa Benedetto XVI all'Angelus


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