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7 Settembre 2009 16:30 | Convento dei Francescani – Sala B

Intervento



Ole Christian Mælen Kvarme


Vescovo luterano, Norvegia

Il tema di questa conferenza è “Scritture nelle Religioni Monoteistiche”. Gli autori del Nuovo Testamento erano in dialogo costante con la Bibbia ebraica e il Corano si riferisce ampiamente alle tradizioni bibliche del giudaismo e del cristianesimo. Oggi, tuttavia, queste Scritture non si parlano più. Sono fondamentali per le nostre comunità religiose; ma la gente vive gli uni accanto agli altri e si parla.

Per come la vedo io, la questione è nei termini seguenti: qual è il significato delle nostre scritture sacre quando ci incontriamo e viviamo con persone che hanno altre scritture sacre? Le scritture sono una linea di demarcazione  che ci separa solamente gli uni dagli altri o, al contrario, sono come porte che ci possono schiudere nuovi più vasti orizzonti, interazioni e amicizie?

Vorrei cominciare con una storia, non una delle tante, ma una tra le più note del Nuovo Testamento: la parabola del Buon Samaritano. Ricorderete senz’altro della narrazione di Gesù riguardo a un uomo caduto nelle mani dei rapinatori e che viene lasciato mezzo morto sulla strada tra Gerusalemme e Gerico. Un sacerdote e un levita gli passano accanto, ma tirano dritto. Infine un samaritano ha compassione di lui, gli fascia le ferite lo porta in una locanda e si prende cura di lui. A questo punto potrete chiedervi: ma cosa ha a che fare ciò con il tema “Le Scritture nelle Religioni monoteistiche”?

Gesù racconta questa sua parabola mentre lui e un esperto della Legge, uno studioso della Bibbia discutevano un pezzo della Scrittura. Non certo un pezzo qualunque, ma quello del doppio comandamento dell’amore: “Ama il tuo Signore con tutto il tuo cuore... e il tuo prossimo come te stesso”. Entrambi si trovarono d’accordo su questo punto, sostenendo l’autorità e la quintessenza della Scrittura. Condividevano una piattaforma comune.

Ma poi Gesù narra la parabola e sovverte il valore di molte cose e io resto sempre affascinato dalla sua importanza per me come cristiano specie ora che ci interroghiamo sul significato delle nostre Scritture sacre. 

Innanzitutto Gesù sottolinea la relazione tra la parola della Scrittura e il modo in cui si conducono le proprie vite. L’autorità della Scrittura è messa alla prova nell’incontro con i nostri prossimi. Gesù introduce l’autorità dell’altro per il modo in cui camminiamo, agiamo, in questo caso verso l’uomo lasciato mezzo morto. Ciò non diminuisce l’autorità della Scrittura, ma pone particolare attenzione al modo in cui viviamo e al significato dell’altro.

Poi, in secondo luogo, Gesù ribalta la domanda dello studioso di Bibbia. Lui aveva chiesto: “chi è il mio prossimo?”; quando Gesù termina la sua storia, chiede: “chi di questi tre - il sacerdote, il levita, il samaritano -  secondo te è stato prossimo dell’uomo mezzo morto?” In altre parole: non siamo noi a poter definire chi è il nostro prossimo, possiamo solo essere noi stessi prossimi agli altri. Un altro rabbino della stessa epoca dice: “Uno, può essere un buon prossimo a partire da sé.”

Terzo punto: Gesù non solo introduce un Samaritano nella storia, ma lo presenta come il prossimo dell’uomo mezzo morto Israelita. Il Samaritano è la sorpresa e direi il colpo di scena della parabola. Apparteneva a una comunità con una propria versione della Torah e una tradizione differente rispetto ai giudei di Gerusalemme. Venivano considerati degli scismatici, come degli outsider. Ma è proprio questo Samaritano scismatico che vive il doppio comandamento. Non posso che vedere in questa parabola una porta aperta all’ “altro” e alle genti di altre tradizioni. Gesù dice: “Vai e anche tu fai lo stesso.”

Quando leggo questa storia come cristiano, vedo anche un riferimento nascosto a Gesù stesso. Nel suo ministero curò i malati e si mischiò ai più poveri. Più tardi, nella sua strada verso la croce, viene lasciato solo, proprio come l’uomo mezzo-morto. Gesù si identifica con l’uomo oggetto dell’agguato dei rapinatori ma anche con il Samaritano. È lui a colmare il vuoto tra la parola della Scrittura e le nostre vite piene di problemi

Ma in questa identificazione vedo anche qualcos’altro. Nel vangelo di Giovanni Gesù dice di sé di essere: “la via, la verità e la vita”. Questo è ciò che crediamo come cristiani e vediamo Cristo come la parola di Dio incarnata per noi. Ma non si esaurirà mai il nostro rapporto con la parola, in cerca di questa via, verità e vita. Ciò ci apre alla relazione con gli altri, anche genti con tradizioni diverse e diverse Scritture. 

La chiamata della Scrittura è sempre lì, così come la chiamata dell’altro. Oggi è una chiamata alla compassione in dialogo, mentre ricerchiamo punti comuni nelle nostre Scritture e ci interroghiamo sulle nostre differenze. Ma è ugualmente importante sapere che è una chiamata per la compassione in diapraxis (collaborazione) – nelle nostre vite comuni come prossimi gli uni degli altri.

Con ciò in mente, vorrei aggiungere tre ultimi pensieri in relazione al contesto di Cracovia: pensieri che hanno a che fare sia con l’autorità delle nostre Scritture sacre e con le nostre vite come prossimi.

Domani andremo ad Auschwitz per ricordare una delle notti più scure della storia dell’umanità. Durante il terzo Reich il regime nazista chiese al popolo di sradicare tutto ciò fosse di radice ebraica dalla società e la cultura. Nella storia dell’ Europa non è mai esistito un attacco così violento alle tradizioni religiose e alla cultura della nostra civiltà. Si erano forse dimenticati che Gesù era un ebreo e che le nostre Scritture furono scritte da autori ebrei? Quando risorgono rigurgiti anti-semiti in Europa dobbiamo sempre sottolineare le nostre radici comuni e sostenere il rispetto per le Scritture ebraiche e cristiane per amore del nostro futuro comune. E dobbiamo chiederci: dove siamo e come viviamo insieme come prossimi?

Dico questo mentre ci raduniamo nel corso del mese sacro per i musulmani del Ramadan, questo tempo speciale per la recita del Corano. Le differenze tra cristiani e musulmani non sono minori di quelle tra ebrei e cristiani, ma il rispetto della tradizione musulmana per le genti del Libro deve essere pari al nostro per loro. Quando facevo riferimento alla conversazione tra Gesù e lo studioso di Bibbia e alla parabola del Buon Samaritano, mi è venuta in mente la lettera dei 138 studiosi islamici scritta a noi due anni orsono. Si riferivano alle Scritture degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani ed enfatizzavano il doppio comando di amore come base da cui partire per muoverci assieme per amore della pace nel mondo. C’è molto lavoro da fare tra di noi per spingere avanti questo processo, in dialogo e in diapraxis.

Per finire: questo approccio alle nostre Scritture Sacre non si riferisce solo al rapporto tra ebrei, cristiani e musulmani, la scorsa estate ho letto uno dei detti di Buddha, nell’antologia di Dhammapada: “non sarà con l’inimicizia che si metterà a tacere l’inimicizia, ma attraverso l’amicizia.” Mi sembra molto vicino a quanto disse Gesù: “Voi avete sentito che fu detto, ama il tuo prossimo. Ma io vi dico amate i vostri nemici.” Ciò non esaurisce ciò che le Scritture dicono nelle nostre tradizioni, ma, secondo me, è un ottimo punto di partenza, specie in questo contesto di Sant´ Egidio che ci ha insegnato così tanto riguardo il significato dell’amicizia.


Cracovia 2009

Il saluto di papa Benedetto XVI all'Angelus


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