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04/12/2016
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12 Settembre 2011 09:00 | Residenz, Allerheiligen-Hofkirche

MARTIRI E TESTIMONI DELLA FEDE DI ADRIANO ROCCUCCI



Adriano Roccucci


Comunità di Sant’Egidio

Un pellegrinaggio tra Dachau e le Isole Solovki, l’alma mater dei campi sovietici e quella dei lager nazisti, conduce a sfogliare pagine fondamentali della storia del martirio e della testimonianza della fede nel XX secolo. Infatti nel «secolo del martirio», come lo ha definito Andrea Riccardi, i cristiani hanno abitato i campi di concentramento, sono stati condannati per la loro fede a condividere la prigionia con milioni di altri uomini in quell’universo concentrazionario che ha costituito non il residuo di un passato di barbarie, ma in un certo senso «l’altra faccia della modernità».
Il lager è stato la stazione terminale di un itinerario di sofferenza di innumerevoli cristiani, vittime delle persecuzioni comunista e nazista. Nella Basilica di S. Bartolomeo a Roma, affidata alla cura della Comunità di Sant’Egidio, luogo memoriale dei «nuovi martiri» del XX e del XXI secolo, è venerata una icona dei «nuovi martiri» del XX secolo. Al centro dell’icona è raffigurato il lager, come una grande basilica di filo spinato, il più alto luogo di preghiera e di unità dei cristiani. I campi di concentramento sono stati una grande basilica di filo spinato. Non è un dettaglio insignificante che i primi lager istituiti dal regime sovietico e da quello nazista, serviti poi da modello a innumerevoli altri, quello delle Isole Solovki e quello di Dachau, abbiano avuto tra le loro funzioni caratteristiche quella di ospitare tra i loro detenuti i religiosi.
In un grande e bel monastero del XV secolo, costruito nell’arcipelago delle Isole Solovki, nel Mar Bianco, fu istituito nel 1920 il primo lager sovietico. La profanazione del monastero-santuario, meta di pellegrinaggi per secoli, assunse un profilo paradossale, proprio perché le Solovki furono scelte come luogo di prigionia per i cristiani, meta di un nuovo pellegrinaggio forzato per vescovi, monaci, preti, laici credenti, in gran parte ortodossi, ma non solo.
Dachau è stato il primo lager istituzionale aperto dai nazisti, inaugurato il 22 marzo 1933 e fra gli ultimi a essere stato liberato dagli alleati, il 29 aprile 1945. Esso ha costituito un modello per il sistema concentrazionario nazista e ne ha costituito «come il cuore e il cervello». All’inizio del 1941 Himmler dispose che Dachau fosse luogo di internamento di due categorie di prigionieri di riguardo: politici eminenti e il clero. Furono 2.720 i religiosi internati nel campo, tra i quali il patriarca ortodosso serbo Gavrilo, più di 2.500 erano cattolici da quasi tutti i paesi europei ma soprattutto da Polonia (1780) e Germania, 109 evangelici, tra i quali il grande predicatore pastore Niemöller.
I cristiani deportati e internati nei campi di concentramento hanno percorso il medesimo itinerario di spoliazione della propria umanità e di degradazione, cui furono sottoposti i loro compagni di prigionia. La forza del potere assoluto manifestatosi nei lager, come ha notato Wolfgang Sofsky, si è dimostrata «per intero nella sua capacità di trasformare e distruggere la humana conditio». Un testimone del Gulag sovietico, Varlam Šalamov, ha scritto della sua esperienza in lager: «con quale facilità l’uomo si dimentica di essere un uomo». Il campo di concentramento ha negato il diritto dell’uomo a essere uomo e su questo si è giocata la partita di cui i cristiani internati sono stati protagonisti.
La riduzione del prigioniero a un numero suggellava emblematicamente la privazione dello statuto di uomo. Boleslaw Szkiladz, prete polacco deportato a Sachsenhausen, ha ricordato le parole di «accoglienza» rivolte ai nuovi arrivati dal capobaracca: «Qui siete tutti uguali, ma non pensate d’essere uomini. La vostra umanità l’avete lasciata fuori del portone della prigione. […] Voi siete soltanto un segno scritto sul vostro petto – siete solo numero».
Secondo Hannah Arendt la sfida antropologica lanciata dal totalitarismo e resa esplicita dai campi di concentramento ha costituito la posta in gioco della storia del XX secolo: «Non è in gioco la sofferenza, di cui ce n’è stata sempre troppa sulla terra, né il numero delle vittime. È in gioco la natura umana in quanto tale». Persecuzione antireligiosa e persecuzione dell’uomo in quanto tale sono andate spesso di pari passo nell’Europa del Novecento.
I cristiani nei lager hanno resistito a un sistema che andava contro l’uomo e hanno lottato per continuare a essere uomini, in senso pieno secondo il modello evangelico. L’arcivescovo di Tolosa, mons. Saliège, uno dei vescovi francesi che con maggiore fermezza si oppose al nazismo e al regime collaborazionista di Vichy, nel novembre del 1941 aveva dichiarato: «Il mondo senza Dio, senza amore, è qualcosa di spaventoso. Potete constatarlo. Un mondo senza Dio, senza amore, rimanda all’idea dell’inferno, che è appunto un mondo definitivamente senza Dio e senza amore». E inferni erano i lager, le Isole Solovki, Dachau. Tornano alla mente le parole del beato Giovanni Paolo II: «i campi di concentramento rimarranno per sempre come i simboli reali dell’inferno sulla terra. In essi si è espresso il massimo del male che l’uomo è capace di fare a un altro uomo».
La presenza dei preti, dei pastori, dei cristiani è stata un fattore di umanizzazione in luoghi profondamente segnati dalla violenza e dalla brutalizzazione delle relazioni fra uomini. La pratica della carità e della compassione nei confronti degli altri prigionieri distingueva spesso i cristiani nei campi. Josef Beran, che dopo la seconda guerra mondiale, divenuto arcivescovo di Praga, ha conosciuto la prigionia sotto il comunismo, era stato deportato dai nazisti a Dachau ed era ricordato dai compagni proprio per la sua carità: «Mi colpì il suo volto aperto, sereno, sorridente – ricorda un internato –, una di quelle espressioni che non si possono più dimenticare. Spesso, durante il rancio, vedevo una mano allungarsi e depositare un pezzo di pane vicino alla mia scodella: e Beran si allontanava col suo passo rapido, salutando con l’invincibile aperto sorriso. Faceva così a turno, con tutti quelli che gli sembravano più miseri e in peggiori condizioni».
Furono numerosi i preti, internati a Dachau, che, quando scoppiò l’epidemia di tifo, si offrirono volontari per il servizio in infermeria e morirono per il contagio. Uno di essi era il beato Engelmar Unzeitig, religioso tedesco, missionario di Mariannhil, morto a 34 anni a Dachau, dove era stato internato perché aveva difeso gli ebrei. Era stato impiegato nel terribile lavoro presso la piantagione e ha scritto di lui un suo compagno di prigionia: «Ciò che colpiva era il suo spirito caritatevole, quando mendicava presso i confratelli per altri prigionieri poveri». Nel dicembre del 1944, in occasione di un’epidemia di tifo, il religioso si offrì volontario per servire da infermiere nelle baracche di isolamento per gli infettati. In una delle sue lettere dal campo aveva scritto: «L’amore raddoppia le forze. Rende ingegnosi, rende liberi e lieti. […] I raggi del caldo sole dell’amore del Padre infinitamente buono sono […] più forti e trionfano, poiché il bene è immortale e la vittoria deve rimanere di Dio, anche se a volte possa sembrare inutile diffondere l’amore nel mondo. […] Vogliamo continuare a fare e a sacrificare tutto, affinché l’amore e la pace possano regnare di nuovo».
È significativo quanto detto da Benedetto XVI, in occasione della visita alla Basilica di S. Bartolomeo all’Isola Tiberina: «È vero: apparentemente sembra che la violenza, i totalitarismi, la persecuzione, la brutalità cieca si rivelino più forti, mettendo a tacere la voce dei testimoni della fede, che possono umanamente apparire come sconfitti della storia. Ma […] nella sconfitta, nell’umiliazione di quanti soffrono a causa del Vangelo, agisce una forza che il mondo non conosce: “Quando sono debole – esclama l’apostolo Paolo –, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10). È la forza dell’amore, inerme e vittorioso anche nell’apparente sconfitta. È la forza che sfida e vince la morte».
La percezione di questa forza debole, spirituale, non era estranea ai cristiani che hanno vissuto la terribile esperienza della prigionia nei campi. Tra loro un prete ortodosso di Kiev, prigioniero alle Solovki, padre Anatolij Žurakovskij, che dal lager scriveva: «Con involontaria trepidazione osservo me stesso. La morte dell’anima, privata di ogni sostegno esteriore, sembra quasi inevitabile, e in questi frangenti ricordo le parole “Quando sono debole è allora che sono forte’ e mi aggrappo a un lembo della sua veste”». Egli ha testimoniato della fatica nella ricerca di Dio nel lager, in alcune sue lettere a pochi mesi dalla morte: «Il mio cuore non è aperto, pronto alla festa. Sono in preda alla distrazione, alla stanchezza, al buio interiore e ad un’angoscia insormontabile per il passato e il presente. Non ho abbastanza fede per credere che, anche se il mio cuore è buio e dimentico, Egli però continua a ricordarsi di me e mi custodisce nel suo amore. Tra gli innumerevoli ricordi legati a questa notte, uno degli ultimi è la consolazione arrecatami dalla Sua visita, quando già ero nella solitudine, dopo tanti e tanti giorni difficili».
La resistenza al male dei cristiani nei campi è passata attraverso la difesa dello spazio della pietà, dell’amore per l’altro e la difesa dello spazio di Dio, nella preghiera, nella liturgia celebrata di nascosto. Ed è stato in questa resistenza che i cristiani hanno giocato la loro partita perché l’uomo avesse ancora il diritto di essere uomo.
L’eredità dei martiri e dei testimoni della fede del Novecento, che hanno passato la terribile prova della persecuzione nei lager dei totalitarismi, è di sorprendente attualità. Andrea Riccardi ha scritto come nel XXI secolo, nonostante le condizioni storiche siano differenti da quelle del Novecento, i cristiani continuino a essere «una presenza umana in situazioni che hanno perduto proprio i connotati umani». Molti cristiani, che hanno perso la loro vita per il Vangelo anche in questo nostro secolo, «hanno semplicemente cercato di essere umani, sostenuti dalla fede, in situazioni impossibili».
L’eredità dei «nuovi martiri» è un lascito di lotta per l’uomo, è un destino di grandezza. Padre Pavel Florenskij, teologo, pensatore, matematico, prete ortodosso russo, fucilato nei pressi di Leningrado nel 1937 dopo una lunga detenzione alle Solovki, ha scritto in una lettera dalla prigionia: «Retaggio della grandezza è la sofferenza […]. Sì, la vita è fatta in modo che si può dare qualcosa al mondo solo pagandone poi il fio con sofferenze e persecuzioni. E più il dono è disinteressato, più crudeli sono le persecuzioni, e dure le sofferenze. Tale è la legge della vita, il suo assioma di base. […] Per il dono della grandezza è l’uomo che deve pagare con il proprio sangue». La via dei cristiani non è di mediocrità. I martiri e i testimoni della fede ce lo dicono in modo eloquente. Il testimone – continua Florenskij – «pur essendo un uomo debole, è con la sua stessa esistenza il testimone del mondo spirituale, è la testimonianza viva dei misteri della vita eterna […] è una traccia vivente della parola di Dio».
È la grandezza, cui siamo chiamati noi cristiani del XXI secolo con tutta la nostra debolezza, figli ed eredi di chi nel «secolo del martirio» ha offerto il «dono disinteressato» della sua vita. È la grandezza della gratuità tratto distintivo di un’umanità piena e bella, la cui bellezza brilla nel volto dei martiri e dei testimoni della fede del nostro tempo.

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Incontro di dialogo tra le religioni, Monaco di Baviera 2011


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