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GEN
17
17 Gennaio 2009

Roma, Centro Ebraico "I Pitigliani". Conferenza: "Fede, Religioni, Mondo contemporaneo", organizzata da Bené Berith con la Comunità di Sant'Egidio.

 
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Il 17 gennaio, presso il Centro Ebraico "I Pitigliani" di Roma, ha avuto luogo la Conferenza "Fede, Religioni, Mondo Contemporaneo", organizzata dalla Fondazione Bené Berith e la Comunità di Sant'Egidio.

Sono intervenuti:

 
Rav Riccardo Di Segni – Prof. Andrea Riccardi
Prof. Gavriel Levi – Mons. Ambrogio Spreafico
 
La locandina dell'Incontro
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L'intervento del Prof. Andrea Riccardi:
 
Ringrazio Bené Berith e il rabbino Riccardo Di Segni per aver preso l’iniziativa di questo incontro di riflessione su un tema così cruciale. Colgo anche l’occasione di ringraziare nuovamente Bené Berith per il prestigioso riconoscimento che lo scorso anno ha voluto concedere alla Comunità di Sant’Egidio.
Una riflessione è molto opportuna. Simbolicamente si colloca quando il Sabato è giunto a conclusione ed è cominciata la Domenica. La notte unisce e divide i due giorni. La non coincidenza e la diversità di intendere i due giorni del Signore manifesta la differenza tra due mondi religiosi. Talvolta abbiamo avuto paura di dire la differenza, per timore che la preziosa e riguadagnata prossimità ne sia ferita. Troppo a lungo questa differenza è stata terreno infuocato d’incomprensioni e peggio. Ma l’incapacità a dire la differenza impoverisce. Nonostante la notte che divide Sabato e Domenica (e sappiamo il senso di mistero che la notte porta in sé non solo per il mistico), sono due giorni vicini: sì, vicini, come siamo vicini, come è vicino il nostro mondo di fede al vostro.
La vicinanza di questi due giorni, ma pure la loro irriducibilità, mostrano –a mio modo di vedere- la delicatezza e la ricchezza del rapporto tra ebrei e cristiani. Due giorni differenti: vuol dire visioni differenti, anche se ci sono risonanze intime. Le prossimità e le differenze sono tante, maturate in quasi venti secoli. Joseph Ratzinger ha scritto in proposito: possiamo “affermare che la figura di Cristo separa e lega allo stesso tempo Israele e la Chiesa: non è in nostro potere superare questa separazione, ma questa ci conserva insieme sulla via di colui che viene e non deve essere causa di inimicizia”.
Una tentazione, frutto di anime belle, è considerarci troppo uguali. Magari appiattiti nella locuzione rituale di tradizione giudeocristiana: esisterà ma siamo due tradizioni religiose differenti. L’altra tentazione è guardarci in modo esterno, magari per affidare le nostre relazioni a fredde considerazioni o a dichiarazioni attraverso i giornali. Né l’una né l’altra via sono le mie. Per conto mio, la diversità, anche radicale, è bella e arricchente perché la leggo con il calore di un’amicizia storica e personale con la Comunità ebraica. E’ un’amicizia che si rinnova nelle relazioni interpersonali, nella partecipazione ai momenti gioiosi e critici. E’ un’amicizia che trae un messaggio dalla memoria del 16 ottobre 1943, la razzia degli ebrei di Roma: non più soli di fronte alla storia e alla vita. L’amicizia vissuta porta non solo alla stima, ma a sentirci e consultarci di fronte agli scenari che si aprono, a una vera complementarietà. Nessuno è così autosufficiente per essere solo.
L’amicizia ci porta oggi a discutere di un tema delicato e immenso: “fede, ragione, etica, azioni religiose, opere…”. Sul ponte tra Sabato e Domenica, partendo da due giorni diversi, guardiamo il mondo contemporaneo. La domanda del Bené Berith è sul senso dell’agire ragionevole, etico, fattivo nella società e nei rapporti tra religioni fino a concludere con la questione generale: “Esiste un patto universale? E’ necessario e sufficiente?”. Domande decisive in una società che si frantuma, in cui l’agire soggettivo diventa norma a se stessa. Quale il senso della realtà?
Una lunga stagione caratterizzata dal primato della politica, una politique d’abord, che colorava la politica di messianismo quasi redentivi, ci ha educato al senso che la vera realtà é la politica, sospingendo il religioso al privato. Sembrava quasi che non ci fosse spazio per il religioso, obbedendo al dogma della cultura moderna: più modernità inesorabilmente crea meno religione. Questo è finito negli anni Novanta, quando si è affermato il primato dell’economia, che oggi vediamo vacillare. La vera realtà è stata –per molti è- l’economia, anche nell’aspetto più volgare del denaro. Questo ha portato, sotto tanti aspetti, all’affermazione di un clima materialistico pervasivo. Niente è più soggettivo che la scuola dell’interesse economico. Ora la realtà, tutta economia, appare consumata, se non crollata. E’ una sicurezza consumata.
Ma –debbo dirlo- sento forte la preoccupazione per un agire tutto soggettivo, guidato solo dall’interesse del soggetto. Esiste un grande disegno per cui lavorare, un’oggettività morale, ragionevole, scritta nella profondità di una società, di una civiltà, di un mondo? 
La complessità del mondo contemporaneo spiazza e di fatto irride le visioni ideologiche e politiche, le culture del progetto, che pretendevano uno sguardo completo e scientifico della realtà. Ma, pur senza una visione completa, come affrontare il futuro? Bisogna rassegnarci ad un mondo frammentario, soggettivo, contraddittorio, ma incapace di comunione. Che cosa ci unisce, che sia al di là di noi, che ispiri il nostro agire, che fondi opere buone e costruttive?
Nelle domande del nostro incontro, ne leggo uno, fondamentale, sull’alleanza noachica. Mi fa ripensare alla scoperta da parte mia dei testi del rabbino livornese Elia Benamozegh, uomo di due secoli fa, morto nel 1900, le cui opere erano allora in buona parte sconosciute e inedite. In Israele e l’umanità, Benamozegh articola la sua visione di alleanza noachica, patto universale al di là del contingente, premessa di una molteplicità religiosa e culturale. Ma in quelle pagine del vecchio rabbino, scritte nel 1885, si legge una domanda e un appello:
“Perché l’ebraismo e il cristianesimo non potrebbero unire i loro sforzi in vista dell’avvenire religioso dell’umanità? Perché il cristianesimo non dovrebbe trovare un’intesa con la religione dalla quale è derivato, di cui riconosce la verità fondamentale…? Ma che cosa vi sarebbe di umiliante per esso nel condiscendere a franche spiegazioni con l’ebraismo al fine di rettificare certi errori dogmatici e dissipare funesti malintesi?” (p.23)
Erano sogni di fine Ottocento, quando la Chiesa aveva altri problemi, quelli del confronto-scontro con il mondo liberale e il passaggio dalla società cattolica a una secolare. Chi ha simpatizzato per questi sogni? La speranza ottocentesca di Benamozegh, dopo tanto, si rivela possibile: “Che importa se tra ebrei e cristiani l’odio e i pregiudizi, le debolezze e i crimini hanno scavato un abisso di separazione! Le due religioni in se stesse sono e resteranno sorelle” (p.22). Quell’appello antico ci appare accolto e trova –anche qui- una pastosa realizzazione. I tempi del parlarsi e dell’incontrarsi delle religioni non sono quelli brevi della politica o dell’informazione, così rapidi e fuggevoli; bensì –come diceva il p. Monchenin, uomo di dialogo con le religioni e l’induismo- richiedono una “pazienza geologica”. Le religioni sono refrattarie al volontarismo riformatore degli uomini, che fanno e disfanno: chiedono una pazienza geologica. Ma i frutti ci sono: un quadro comune di comprensione dell’agire, del credere, dell’essere nel mondo contemporaneo.
In realtà l’idea del Patto noachico, benché nel cuore della Bibbia, non è stata sviluppata troppo dalla riflessione cristiana. Ambrogio di Milano, pur dipendendo da Filone, nel suo De Noe, dà un’interpretazione allegorica del patto né si astiene dalla polemica antigiudaica. La tradizione siriaca, come Efrem e Afraate, sente il Patto di Noé. Meno attenta è la tradizione occidentale. Non si tratta tanto di individuare giusti e uomini pii fuori dal popolo di Dio, quanto di sottolineare un contenuto del Patto.
D’altra parte non posso non osservare come il cattolicesimo sia percorso da un profonda istanza di trovare un’oggettività e una razionalità dei comportamenti, in quello che viene definito il diritto naturale. Il diritto di natura –per usare una formula agostiniana- è essenzialmente jus caritatis, con lo scopo di aiutare gli uomini a costruire una umanità più fraterna. E’ l’esigenza di una visione, non discordante dalla Rivelazione, che guidi a relazioni buone e giuste tra uomini e popoli. Scrive l’apostolo Paolo sui pagani: “essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza delle loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono” (Rom 2,15).
Tale giusnaturalismo teologico – osserva Francesco D’Agostino- appare come posizione antiquata ma, in realtà, nel nostro tempo, con l’affermazione dei diritti umani e con il superamento dello statalismo giuridico, mostra invece la sua attualità. Si pone la questione suscitata da Immanuel Kant in Per la pace perpetua, più di due secoli fa: “la violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti, così l’idea di un diritto cosmopolitico non è una rappresentazione fantastica di menti esaltate, ma il necessario coronamento del codice non scritto… per la fondazione di un diritto pubblico in generale e quindi per l’attuazione della pace perpetua… ».
Non su questi temi voglio soffermarmi, ma sottolineare quanto sia profonda l’intuizione di qualcosa di profondo e comune, che riguarda l’agire degli uomini. La connessione tra la riflessione ebraica sul Patto di Noé e l’approfondimento biblico nel mondo cristiano ha portato alla riscoperta di questa alleanza: “viene proclamato il diritto di sovranità di Dio sulla vita umana –scrive Von Rad-: essa è inviolabile, e ciò non per volontà dell’uomo… ma perché l’uomo è proprietà di Dio ed è creato a sua immagine” (p.161).  
Per riprendere il tema proposto, “fede, ragione, etica, azioni religiose, opere”, tutto verte attorno all’uomo: l’umanesimo biblico fa del rispetto della vita dell’uomo il cuore dell’agire. Nel vivere cristiano, nella grande tradizione di santità, il rispetto non è solo il limite al proprio interesse o alla propria capacità offensiva, ma l’amore, a partire dal comandamento di Gesù o dall’inno alla carità nella prima lettera ai corinti dell’apostolo Paolo:
“La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.” (13, 4-7)
L’uomo e la donna nella loro debolezza, cioè il povero, sono il luogo primo dove l’umanità ferita richiede amore da parte del credente. La parabola del Vangelo di Matteo al cap.25, quella del giudizio finale, comporta l’identificazione di Gesù, re e giudice escatologico, nel povero. Allo stupore che “queste cose” (le opere di amore) siano state fate a lui personalmente, Gesù risponde: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (25,40). Olivier Clément, grande teologo ortodosso, parlava di “sacramento del povero”, proprio per identificare l’identificazione di Cristo nel povero, già ribadita da Ratzinger. E il povero spesso è colui che non è protetto efficacemente da alcun diritto, ma solo dalla carità. La carità sfugge alle dimensioni di scambio della vita, forza il codice dei comportamenti, per divenire la pratica del gratuito per amore dell’uomo.
Rispetto alle grandi visioni del mondo, questa può apparire modesta: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo…” –dice Gesù. Uno solo? Non è troppo poco? E’ bello che nel Corano, come nella tradizione ebraica, ci sia la stessa convinzione: “chi, invece, tiene in vita una persona, è come se tenesse in vita l’umanità tutta” -dice Muhammad (V,32). Il valore di un’opera non si misura in modo quantitativo, ma nella sua capacità di ricucire il tessuto umano lacerato dal male, dalla violenza, dal peccato, dalla violenza, dall’illegalità stessa. Chi tiene in vita una persona, è come lo facesse per l’umanità intera. Chi rammenda una sola fenditura del tessuto dell’umanità e come se la tenesse insieme tutta. E’ il senso della grandezza dell’amore, ma anche del limite dell’uomo che ama. Anche nell’amore l’uomo non è onnipotente, ma Dio moltiplica misteriosamente i frutti dell’amore dell’uomo.
Qualcosa di simile si ritrova nell’episodio evangelico, in cui i discepoli sono angosciati per la troppa folla che segue Gesù in un luogo deserto. Gesù chiede ai discepoli: “Voi stessi date da mangiare”. Ma come? “Quanti pani avete? Andate a vedere”. Rispondono: “Cinque panie due pesci”. Li fecero sedere: “tutti mangiarono e si sfamarono, e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci” (Mc 6,33 ss). La preghiera che si recita a sant’Egidio dice: “Benedetto è il Signore, che moltiplica il pane, che è presente tra i suoi”.
Un’opera d’amore salva il mondo. Silvano del Monte Athos afferma nella sua visione di staretz: “L’unità ontologica di tutta l’umanità è tale che ogni persona che supera in se stessa il male, infligge una grande sconfitta anche al male cosmico, per cui le conseguenze di questa vittoria si ripercuotono in modo benefico sui destini del mondo intero”. Continua Silvano: “Anche un solo santo è per l’intera umanità un evento estremamente prezioso. Per il solo fatto che essi esistono, anche se sono sconosciuti al mondo… i santi fanno scendere sulla terra, sull’intera umanità, una grande benedizione”.
Non dobbiamo andare a un nuovo patto elaborato illuministicamente. C’è bisogno di un patto: “L’assenza di fede religiosa, sommata al fallimento del progetto illuminista di creare un’etica universale, porta al risultato di un relativismo morale: un modo di pensare… adatto a una cultura consumistica…”- conclude Jonathan Sacks. Lui stesso parla di una riscoperta e di una attualizzazione del patto noachico. Sì, in questo mondo in cui la complessità scivola nella confusione, c’è bisogno che ebrei e cristiani lavorino per una nuovo patto etico-religioso che, nelle differenze, fondi la civiltà del convivere. Le difficoltà ci stimolano a non smettere di parlare, di cercare, di sognare. Ho parlato all’inizio di irriducibilità delle differenze, ma afferma con piena convinzione: irrinunciabilità dell’amicizia.

 


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