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29 Settembre 2013 17:00 | Auditorium "Conciliazione"

Discorso di Andrea Riccardi all'Assemblea di Apertura del Meeting Il Coraggio della Speranza



Andrea Riccardi


Storico, fondatore della Comunità di Sant’Egidio

Convenire a Roma di donne e uomini di religione differente non è rituale o folkloristico. E' per me un gesto di coraggio, anche in rapporto al clima e alle crisi di taluni paesi da cui si proviene. E' segno di interesse, di apertura all'altro, che deborda i confini di una singola comunità, per quanto larga, talvolta autoreferenziale, circoscritta alle proprie gioie e ai propri dolori.
Questi mondi, frutto di antiche tradizioni di fede, sono il grembo materno per le esistenze credenti di milioni di persone. Riserve preziose in società spesso povere di speranze. Bisogna che i credenti abbiano il coraggio di guardare fuori dai loro confini: non è gettarsi dietro le spalle le proprie radici, bensì esser loro fedeli nell'avventura spirituale dell'incontro con l'altro.  Papa Francesco direbbe: il coraggio di uscire per strada.
Per le strada di un mondo globalizzato, si incrociano genti diverse per fede, storia, identità.
Vivere insieme tra diversi non è facile, talvolta complicato, diventa conflittuale. Se l'altro resta fuori, ai margini del mio campo di visione, è pericoloso, perché rischia di scivolare nell'area dei nemici. Sicuramente è una condizione spiritualmente insana. Martin Luther King lo aveva compreso quando affermava che l'altro è un problema religioso:
"Ho cercato la mia anima, ma l'anima non l'ho vista,
ho cercato il mio Dio, ma mi è sfuggito,
ho cercato mio fratello, e ho trovato tutti e tre."
Affratellandosi con l'altro, si trova la propria anima e Dio: così diceva. L'altro, il diverso, non sono solo un problema politico, sociale: sono una grande questione spirituale. C'è una grande questione spirituale nel mondo globalizzato (troppo elusa), dove genti diverse vengono a contatto e vivono insieme: come vivere con l'altro? ci si apprezza? ci si stima? si scambiano solo cose? si sentono le vibrazioni spirituali che percorrono il modo di credere altrui?
L'orizzonte si è immensamente allargato con la globalizzazione. L'allargamento interroga le religioni. Se l'etimologia latina della parola "religione" deriverebbe da legare, il contrario di "religione" non è miscredenza, ma solitudine. L'autosufficienza dei credenti diventa cecità. Ma anche avarizia: non mettere a disposizione degli altri le risorse spirituali e umane, maturate nel grembo di una religione. E pigrizia: talvolta chi viene da una lunga storia sente il diritto di essere pigro nella storia dell'oggi.
Il rabbino Jonathan Sacks scrive: “La prova della fede consiste nel capire se io sono in grado di lasciare spazio alla differenza: riesco a riconoscere l’immagine di Dio in qualcuno che non corrisponda alla mia immagine, la cui lingua, la cui fede, i cuoi ideali sono diversi dai miei? Se non ci riesco, allora io ho fatto Dio a mia immagine e somiglianza…”. Lo spirito di Assisi non è un relativismo che fa le religioni uguali. Le religioni sono irriducibilmente differenti. Ma la differenza non porta inevitabilmente al conflitto o alla pigra e pericolosa ignoranza.
Nel 1986, Giovanni Paolo II, invitando i leader delle religioni sul colle di Assisi, con profonda intuizione sentì -c'era la guerra fredda- la forza di pace delle religioni. Per questo volle aprire una stagione nuova: non pregare più gli uni contro gli altri, ma pregare gli uni accanto agli altri -disse. Volle che il cammino continuasse, non per celebrare un evento commovente ma lontano; c'erano nuove sfide che toccavano le religioni e le spingevano a essere amiche e a lottare per la pace e la trasformazione del mondo.
Da Assisi nel 1986 ad oggi, con la crescente globalizzazione, i conflitti di civiltà e gli scontri interreligiosi, noi abbiamo continuato questo cammino. Sempre più convinti che le religioni sono una forza ma umile. Diceva Pietro Rossano: "Ogni religione quando esprime il meglio di sé tende alla pace. Le religioni sono tornate oggi più protagoniste della storia di ieri. Ma spesso sono state accaparrate dal gioco pericoloso della drammatizzazione o sacralizzazione delle differenze.
Drammatizzare è tanto pericoloso per i nostri paesi, anche se elettoralmente sembra redditizio. In alcuni nostri paesi (talvolta purtroppo anche il mio), quel che è davvero drammatico è non prendere sul serio il vero dramma della vita e del grande mondo. Il nostro dramma diventa il teatro effimero della drammatizzazione e delle inutili contrapposizioni. Questo dramma fa di taluni paesi trottole che girano su se stessi e vanno indietro. E mi piace qui salutare il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, che in pochi mesi di governo ha mostrato il senso concreto della politica come responsabilità.
Purtroppo, la drammatizzazione delle differenze è in parecchie parti del mondo un vero dramma. Sanguinoso: l'altro va eliminato. E' la vicenda del terrorismo religioso, una vera ideologia, che si ammanta finanche del nome di Dio. L'ideologia del terrore è  blasfema, attrae cuori disperati oppure esistenze sazie e vuote: offre un nemico da abbattere, quasi una vocazione liberatrice. Ma uccidere innocenti non è mai liberare, anzi porta la schiavitù della paura. Rendere schiavi  e rubare la libertà vuol dire opprimere con la paura. Vuol dire schiacciare la speranza.
Con il terrorismo, pochi possono far male a molti, mostrando, con l'amplificazione dei media, la potenza di colpire. Gente che non vuole cambiare il mondo, ma farlo soffrire. Così, a Nairobi, in Kenia, un bambino occidentale diventa un nemico da uccidere per il terrorismo religioso. Così si semina la morte con un attentato suicida in un funerale sciita a Bagdad. O vengono uccisi i fedeli dopo la Domenica in una chiesa anglicana in Pakistan. E non posso dimenticare i tanti rapiti, specie nella Siria insanguinata, tra cui i nostri compagni di dialogo, i vescovi di Aleppo Paul Yazigi e Mar Gregorios Ibrahim, oltre a Paolo Dall'Oglio e altri. Bisogna salutare, dopo due anni e mezzo di stallo, la recente e unanime risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla Siria, perché non si esce da una situazione di violenza disumana con la violenza, ma solo con il negoziato.
Per quanto riguarda il terrorismo, non si creda di sfuggire sperando in una sorte buona per sé e i propri cari o confidando di appartenere a una categoria non a rischio. Il terrorismo globale è cieco. Dobbiamo affrontarlo in faccia. Senza paura. Prima che nasca o quando nasce. Va delegittimato nelle sue radici religiose. Gli va tolto il nome santo di Dio dalla bocca. Gli vanno sottratti adepti, educando alla pace, secondo l'insegnamento dei Maestri e Profeti delle religioni. Il terrorismo si affronta anche con questa unità dei leader religiosi insieme in pace, come vediamo ora. Le immagini di questi giorni (nel nostro incontro a Roma) sono una risposta al terrorismo: sono una rivolta a pochi violenti, uno smascheramento di un'ideologia irreligiosa; sono uno spettacolo di speranza che contrasta lo spettacolo del terrore che vediamo sugli schermi e qualche volta nella vita.
Il dialogo mostra il legame. Il dialogo è "concordia ragionevole tra le religioni" -diceva Cusano nel De pace fidei dopo la conquista turca di Costantinopoli e di fronte al progetto di crociata occidentale. Per sfuggire alla morsa della guerra, egli concepì un sogno: un concilio delle religioni per ragionare insieme su pace e fede di fronte a Dio. Nel cuore delle tradizioni religiose, si trova infatti un messaggio di pace e di rispetto della vita. Lo si legge nella Sura della Mensa, nel Corano: "chi uccide una persona... è come se avesse ucciso tutti gli uomini insieme, e chi, invece, tiene in vita una persona è come se avesse tenuto in vita l'umanità intera". Parole analoghe troviamo nel Talmud. Un antico testo ebraico ricorda la sostanza blasfema della violenza: "Chi oltraggia il volto dell'uomo, oltraggia il volto del Signore".
La pace ha bisogno del fondamento nelle religioni, al di là del contingente. Una pace fondata religiosamente era il sogno di Giovanni Paolo II ad Assisi. La pace ha una ineliminabile dimensione spirituale, perché va tessuta e ritessuta nel tempo con fede. Allora, bisogna andare in profondità nel pozzo della propria fede, essere più credenti: ci sono tante risorse spirituali per abbracciare gli altri con simpatia, con senso della necessità che loro esistano. L'indifferenza e l'intolleranza sono spesso l'atteggiamento di credenti superficiali, pigri ripetitori di formule stanche.
Tante ideologie si sono spente. Molte speranze pure. La crisi economica diffonde pessimismo. Non ci sono molte visioni del futuro. Questo mondo unificato ha meno speranze di ieri. Sembra che il cielo del mondo globale sia vuoto di sogni e di speranze. Resta una grande superstizione. La descrive lo storico delle religioni, Mircea Eliade, come moderna superstizione: “Siamo nati tutti con una superstizione: che ci attendano posti migliori in alto, mai più in basso”. Avere di più e raggiungere di più per sé. Ma non accade nella vita. Allora la disillusione sempre, ma soprattutto in questa crisi.
Occorre dare speranza a esistenze dimezzate. Le dimensioni spirituali ci parlano di una speranza più grande, meno legata all'affermazione del singolo, connessa a un sogno per tutti. Scrive Eliade: “Possediamo ciascuno un orcio d’olio da lampada, e invece di spartirlo con i poveri che marciscono al buio riempiendo le loro lanterne, lo teniamo stretto al petto, aspettando quel fanale che crediamo d’essere destinati ad accendere per illuminare il mondo. E, nel frattempo, gli uomini ci muoiono accanto”. Lo insegnava Gesù con semplicità: "C'è più gioia nel dare che nel ricevere".
La speranza ci rende generosi nel presente e ricchi di futuro. Le religioni possono dare il coraggio della speranza all'umanità. Scrive Abraham Yehoshua, uno scrittore laico ebreo: "anche se non credo in Dio, la sua presenza nella mente di moltissimi esseri umani mi riguarda e mi interessa". Oggi e qui l'umanesimo si misura con le religioni. La sua presenza non fa male alle religioni, anzi in talune situazioni le aiuta ad essere se stesse. 
Siamo diversi. Quella religiosa non è una differenza che gli uomini possono accomodare. Ma questa diversità vuol dire pozzi differenti, da cui genuina speranza e forza di pace. Perché le religioni hanno una forza, che non è arrogante, ma umile e tenace. La diversità non è contrasto, ma forza convincente e polifonica. L'amicizia e la mutua comprensione sono  un passo decisivo per operare convergenti: per questo spendiamo tempo nel dialogo. Il compito è grande, gli uomini e le donne sono piccoli, ma le religioni insegnano che Dio è il più grande.

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