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30 Settembre 2013 09:00 | Università Urbaniana - Auditorium Giovanni Paolo II

Da che parte sta la Chiesa?



Eero Huovinen


Vescovo luterano, Finlandia
Nei secoli le Chiese cristiane sono sempre state esposte alla tentazione di prendere posizione su temi di politica o di economia. Gli uomini al potere ne cercavano il sostegno per le loro attività, quelli senza potere ne cercavano la protezione.
Schierarsi con una parte può significare cedere alla sottile tentazione di ottenere popolarità, potere, successo, una posizione dominante. Ma può anche essere  moralmente necessario per rispondere a esigenze di giustizia. La difficoltà di sostenere una parte sta nel fatto che ciò implica spesso voltare le spalle a un'altra parte. 
Anche Gesù sembra cosciente dei problemi insiti nell'opporsi a qualcuno. "Chi non è con me è contro di me" dice in Matteo (12,30), ma in Marco (9,40) cerca piuttosto di attirare la gente: "Poiché chi non è contro di noi è con noi".
 
Due pericoli: l'accomodamento e la contrapposizione
Da sempre la Chiesa si è trovata esposta a due pericoli nelle relazioni con la politica e l'economia. Il primo è l' accomodamento,  cioè  l'adeguarsi  allo spirito dei tempi, alle circostanze del momento, ai desideri dei potenti. Il secondo è la contrapposizione con le diverse forme del potere temporale.
La storia di queste diverse posizioni si trova già nel Nuovo Testamento. Gesù invita a sottomettersi al potere imperiale, anche se con una riserva teologica: "Rendete a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio" (Matteo 22,21). L' apostolo Paolo si esprime sulla stessa linea in Romani (13,1-2): "Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio".
D' altra parte, anche l'opposizione al potere costituito trova le sue prime manifestazioni nel Nuovo Testamento. Condotto davanti al Sinedrio, l'assemblea degli anziani di Israele, Pietro così reagisce alle accuse: "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini." Il Libro dell’Apocalisse presenta una forte contrapposizione della Chiesa primitiva con il potere politico dell'epoca. Il potere temporale che perseguitava i Cristiani era considerato l'Anticristo, il nemico di Dio.
Quindi sia l'accomodamento, sia la contrapposizione hanno radici comprensibili e giustificabili. La Chiesa vive nel mondo, ma la sua natura va oltre una identificazione col mondo. La Chiesa è qualcosa di più del mondo. L' apostolo Paolo dice: "Infatti noi viviamo nel mondo ma non militiamo secondo il mondo" (2 Cor. 10:3)
E tuttavia nel corso dei secoli sia l' accomodamento sia la contrapposizione hanno portato a inasprire le posizioni di ciascuna parte e quindi a sofferenze, per la Chiesa e per il mondo, cioè per la gente. Una Chiesa opportunistica che si identifica con chi è al potere prima o poi finisce in tragedia. È stato difficile, per esempio, sottrarsi alla tentazione del nazionalismo, specie per le Chiese nazionali che hanno cercato con passione di identificarsi col destino di un popolo o di un gruppo etnico.
Durante il regime hitleriano i cosiddetti "Cristiani Tedeschi" si schierarono con il sistema nazionalsocialista al potere e con la sua dottrina ariana, chiudendo gli occhi davanti alle ingiustizie che si manifestavano e perdendo quindi una parte essenziale della loro identità cristiana. Nei paesi comunisti dell'Europa dell'Est la persecuzione politica delle Chiese spinse molti cristiani ad allinearsi al partito e ai suoi obiettivi ideologici e pratici. Dopo la caduta del regime la loro credibilità spirituale fu messa in discussione.
L' accomodamento può quindi essere la conseguenza di un allineamento con ideologie totalmente aliene alla fede cristiana. La cosa più sorprendente è che  persino quelle Chiese che assumono atteggiamenti di critica radicale nei confronti di tutto ciò che è terreno hanno talora finito per sostenere lo status quo.
In molti gruppi di cristani conservatori (cosidetti ”holiness groups”) tutto ciò che è temporale è considerato una depravazione; la missione dei cristiani sembra essere la questione puramente religiosa della salvezza delle anime. Si crea quindi una frattura profonda fra Chiesa e società. L'atteggiamento verso le questioni politico-economiche è di disinteressarsene o di minimizzarle.
Una Chiesa della santità che predilige il distacco dal mondo tende a finire ai margini della società e a omettere il messaggio socio-etico positivo insito nella predicazione dei profeti del Vecchio Testamento e negli insegnamenti del Vangelo. Una Chiesa separata o disimpegnata perde il diritto morale a far udire la sua voce, diviene irrilevante e forse anche associata a posizioni che non avrebbe mai preso in considerazione.
Come dovrebbe dunque la Chiesa giustificare le posizioni che assume? Deve schierarsi a favore di una parte, e se sì, di quale parte? Concluderò il mio contributo concentrandomi su due affermazioni: la Chiesa deve esser dalla parte della gente e dalla parte della collaborazione.
 
Dalla parte della gente
La Chiesa è e deve essere dalla parte della gente. L' affermazione può sembrare populistica o banale. Chi può mai voler essere contro la gente? Eppure l'argomento non è così ovvio come sembra.
È un antico principio della filosofia morale che si debba distinguere fra valori intrinseci e valori strumentali. Se si crea confusione tra gli obiettivi ultimi e i mezzi per perseguirli si rischia di offuscare il senso della morale umana.
Se si discute di industria e commercio, di investimenti, di politica salariale e di banche, si ha a che fare con valori economici e monetari. La Chiesa - e, perché no, ogni individuo - dovrebbe evitare due errori.
Primo, il denaro non deve essere demonizzato. Guadagnarsi lo stipendio non è peccato. Il denaro ha un suo valore come strumento di produttività e di attività economica. È parte necessaria delle attività umane. Perseguire un profitto e la crescita è parte della vita di ogni giorno. Anche per mandare avanti un negozietto o una bancarella bisogna che i ricavi coprano i costi, la manutenzione, gli investimenti e forniscano un reddito per l'esercente e la sua famiglia.
La parabola di Gesù dei tre uomini a cui furono affidati i talenti (Matteo 25,14-30) è ancora attuale. Il padrone invita a festeggiare i due servi che hanno investito con saggezza, mentre il terzo, "economista", viene cacciato dove sono lacrime e stridore di denti. Non aveva neanche tentato di investire il talento affidatogli, il suo denaro non aveva fruttato interessi.
Secondo, il denaro e l' economia non devono diventare il fine unico dell' attività umana, altrimenti avremmo la deificazione del denaro.
Secondo la definizione classica, il dio di ciascuno è colui di cui si ha fiducia e da cui ci si aspetta il bene più grande. Se il denaro diventa un valore intrinseco finisce, anche inavvertitamente, per essere un idolo, un dio fatto dall' uomo.
È dunque importante tenere a mente la distinzione tra valori intrinseci e valori strumentali. Ed è proprio su questa base che la Chiesa dovrebbe desiderare di essere dalla parte della gente. La gente vale più del denaro.
 
Dalla parte dei giovani
In pratica che vuol dire essere dalla parte della gente? Farò un solo esempio. Cosa possiamo fare per i giovani? Che futuro desideriamo per le nuove generazioni?
È una grande tentazione per noi anziani respingere i giovani e i loro valori. Non ricordiamo abbastanza quello che dicevano i Romani: "qualis pater, talis filius". Sappiamo dare ai giovani modelli adeguati?
La disoccupazione giovanile è una delle peggiori minacce per il futuro. Siamo capaci di guidare i giovani allo studio, al lavoro, all'impegno nel raggiungere un obiettivo? Sappiamo offrire modelli di vita che li inducano a lavorare con tenacia per il futuro?
Il welfare state ha due obiettivi fondamentali. Da un lato, creare le condizioni per offrire opportunità ai giovani. Serve un'atmosfera di ottimismo e di incoraggiamento. Occorre la percezione che ai giovani si offrono scelte di vita significative e gratificanti. Dall'altro, farsi carico di quei giovani che stanno perdendo il controllo della propria esistenza. Abbiamo bisogno di reti di protezione sociale. Nessuno deve essere lasciato indietro.
Bisognerebbe che il sistema del welfare non inducesse i giovani ad assumere atteggiamenti di passività proprio quando dovrebbero spingere sullo studio e sul lavoro. Nell' Europa del Nord si ritiene che, fra chi ha meno di 25 anni, uno su quattro consideri il sussidio dei servizi sociali come il proprio salario. Ci deve essere un modo di porre sfide e obiettivi che siano uno stimolo per i giovani. Adoperarsi per loro è lavorare per l'intera nazione, per l'umanità e per il futuro.
In alcune teorie di psicologia, l'amore paterno e quello materno sono considerati  categorie diverse. Nella vita di tutti i giorni i ruoli si sovrappongono, sono complementari. L'amore paterno sarebbe più condizionato dai comportamenti: un bambino viene lodato e ringraziato dal padre se fa il bravo, mentre la madre ama e accetta il figlio senza condizioni. L' autostima del bambino si svilupperebbe grazie alla sicurezza che dà questo amore incondizionato.
La questione cruciale per le famiglie come per la società è come combinare insieme amore paterno e amore materno. Come possiamo spingere i giovani al lavoro e ad accettare le sfide e allo stesso tempo aiutare quelli che si trovano in circostanze meno fortunate?
 
Dalla parte della collaborazione 
La Chiesa deve anche essere dalla parte della collaborazione. Che vuol dire?
È sempre difficile specificare la relazione fra individui e società. Chi viene prima? Storicamente quando il primato è stato dato all'individuo si è arrivati all'individualismo, quando è stato dato alla società si è arrivati al collettivismo.
Entrambi questi "ismi" hanno funzionato come il letto di Procuste. Secondo la mitologia greca, Procuste era un brigante dell'Attica che catturava i viandanti e li costringeva sul suo letto, amputando quanti ne fuoriuscivano perché troppo alti e allungando a forza quelli troppo corti. Il pericolo è sempre quello: o un individuo viene amputato o allungato oppure è la società che diventa vittima.
Tutti gli ”ismi” e le ideologie sono una sfida per la collaborazione. Quando ci sono grandi ideali, convinzioni e ideologie la gente si impegna e agisce, trascinata da visioni e obiettivi a cui è pronta a sacrificare tempo ed energia. L'epoca in cui viviamo soffre forse di un vuoto ideologico? Il benessere ha fatto venir meno ogni zelo?
A parte l'impegno, le ideologie implicano una contrapposizione ad altre convinzioni. Ogni grande ideologia ha generato attrazione e repulsione. A nobili ideali si accompagnano di solito atteggiamenti di maggiore durezza. Possiamo avere insieme idealismo e atteggiamenti di collaborazione? Possiamo attenerci ai nostri valori e allo stesso tempo smantellare le contrapposizioni?
 Anche la Chiesa ha lo stesso problema: come mantenere la visione della propria missione universale pur rispettando tutti i popoli? Come possiamo essere fedeli alla vera dottrina pur nella comprensione di chi la pensa diversamente? Non credo che ci siano soluzioni facili. Una convinzione finisce di essere tale se sacrifica la propria identità per favorire la cooperazione.  Ma chi attua un programma che ritiene giusto senza rispetto per i dissidenti semina violenza, fisica o spirituale.
Dovremmo cercare un metodo più complesso, al limite paradossale: credo di essere nel giusto, ma difenderò il tuo diritto di esistere e di agire diversamente. Credo che Cristo sia l'unica speranza per il mondo, ma non intendo forzarti a venire dalla mia parte.
 
Una vera collaborazione dovrebbe dare spazio sia all'unicità degli esseri umani sia a una condivisione solidale. L' equilibrio fra individualismo e spirito comunitario va ricercato in tutte le sfere della vita, nella politica come nella religione.
 È difficile valutare se il mondo occidentale si stia ancora muovendo verso una maggiore affermazione dell'individuo. Gli ultimi decenni sono stati un periodo di  difesa dei diritti e delle libertà. Si è dato maggior valore all'autodeterminazione e all'indipendenza della persona. Un' importanza eccessiva data all'individuo può generare egoismo, indifferenza e durezza nei rapporti sociali,  e in politica la tendenza a identificare i problemi con le personalità e alla ricerca dell'immagine a scapito della ricchezza dei valori.
 
Nella società finlandese la collaborazione è stata un forte antidoto a diverse forme di estremismo. Per esempio, a fianco del settore pubblico e di quello privato esiste una robusta rete di organizzazioni civiche. Quali che siano in futuro i ruoli dello stato e delle organizzazioni del mercato del lavoro, finora la collaborazione fra di loro ha funzionato bene.
 
Se si guarda agli sviluppi nel mercato del lavoro finlandese negli ultimi dieci anni, si nota una chiara tendenza all'aumento degli atteggiamenti collaborativi. Nonostante occasionali contrapposizioni la conflittualità è diminuita, sono aumentate la moderazione e la disponibilità a negoziare e un atteggiamento conciliativo ha preso il posto del desiderio di schiacciare gli avversari.
 
Mettersi nei panni dell' altro
L'esigenza della collaborazione è propria della natura umana. Neanche l'individuo più forte può vivere solo, fare a meno degli altri. "Nessun uomo è un' isola", semmai è parte di un grande arcipelago. Gli altri non esistono solo perché ne abbiamo bisogno; servirli è lo scopo della nostra vita. Esistiamo gli uni per gli altri.
”Mettersi nei panni degli altri” (o ”nelle scarpe degli altri”)  è un modo di dire dei più diffusi e in qualche modo lo si può considerare al centro della fede cristiana. La maggior parte delle religioni e dei sistemi etici conosce la cosiddetta regola d'oro, secondo la quale dobbiamo trattare gli altri come vorremmo che trattassero noi. Nel sermone della montagna Gesù la esprime così: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Matteo 7,12). L'etica e la vera collaborazione si basano sull'essere pronti a mettersi nei panni degli altri, a vedere la vita e il mondo dal loro punto di vista.
Il principio della regola d'oro nella fede cristiana va però ben oltre l'etica. Gesù, il figlio di Dio, uomo in questo mondo umano, non pensò alla propria posizione: "... il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce." (Filippesi 2, 6-8).
Gesù è molto di più di un esempio etico di come dobbiamo comportarci nei confronti degli altri: Dio fra noi, ci porta la misericordia e la grazia, Salvatore del mondo intero.

  

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