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30 Settembre 2013 16:30 | Chiesa di San Calisto

L'informazione al servizio della pace



Jean-Claude Petit


Giornalista e scrittore, Francia
Signori e signore, cari amici
La pace è all'ordine del giorno dell'informazione internazionale? Quale posto trova soprattutto nell'universo audiovisivo e in quello digitale? Se questo posto è sempre meno importante quali ne sono i veri motivi? E quali i rimedi? Non è il momento, allora di dirci di nuovo quali sono i veri obiettivi dell'informazione nell'organizzazione della vita comune del pianeta? Queste sono le domande principali poste dal tema del nostro incontro, alle quali cercherò di rispondere. Cercherò prima di tutto di stabilire una diagnosi che oggi, mi sembra, è largamente condivisa. Voi avete già capito, immagino, che essa è pessimista. Noi cercheremo, certamente di capirne le ragioni. Ma prima di proporre qualsiasi rimedio, prenderemo il tempo di dirci, documentazione alla mano, quali sono i tratti principali e i veri obiettivi di un'informazione sana, sapendo, tutti ne converranno, che noi siamo fatti per la pace. A tal punto che essa è il bene più prezioso dell'umanità.
 
1. Una diagnosi inquietante
 
Immaginiamo, se volete, i membri di innumerevoli famiglie nel mondo che si ritrovano, molte sere di seguito, gli uni davanti loro ai televisori, e gli altri davanti ai loro smartphone.
Sui loro schermi sfilano immagini di attentati sempre più numerosi in Irak, di scontri sempre più violenti in Siria, di arrivi di donne di bambini venuti a rifugiarsi in Libano, di chiese e di moschee che bruciano in Nigeria, di armi scoperte in Mali, di attentati omicidi in Pakistan... Chiediamoci, un momento, quello che loro si ricorderanno, gli uni e gli altri, di questo diluvio di immagini con dei commenti rapidi -quando ci sono dei  commenti- ? Si ricorderanno che la guerra è ovunque, con il suo corteo di orrori. Che noi non ne possiamo niente, la comunità internazionale (come si dice pudicamente), neanche. E che quindi, è meglio passare a un'altra cosa, nell'attesa di giorni migliori.
Insistiamo e chiediamoci quello che allora avranno capito, in tutte quelle serate, della ripresa del caos iracheno e del confronto sunniti/sciiti che si allarga, della complessità della situazione siriana, dei rischi per l'equilibrio del Libano, del conflitto cristiani/ musulmani in Nigeria? Niente, assolutamente niente. Poiché, in ogni modo, non ci sarà certo stato il tempo di spiegare le cause e le conclusioni delle situazioni che le immagini rivelano. Non ci sarà stato il modo di mettere, su questa sfilata crudele, le parole capaci di farli entrare in un minimo di comprensione. Si sarà riusciti a "formattare" un po' più di spettatori, avendo distrutto in loro il germe della cittadinanza e il gusto per la pace che c'è in ogni essere umano e in ogni popolo.
 
2. Una diagnosi condivisa
 
Diagnosi troppo pessimista, obietteranno alcuni? Si può certo discuterne, ma io credo che si tratta di una diagnosi sempre più condivisa. La preoccupazione sull'accecamento di cui la cultura della pace è sempre più vittima nell'informazione cresce in molti osservatori dei media, giornalisti competenti in materia di vita internazionale, attori qualificati delle ONG e delle strutture internazionali. Di questo florilegio di reazioni, di commenti, io citerò, a titolo di esempio, due interventi individuali e quelli di due organizzazioni internazionali riconosciute.
 
Attore dell'opera intitolata I media e il nuovo disordine mondiale, il giornalista belga Jean-Paul Marthoz scrive: " La democrazia mondiale (condizione ed espressione della pace) non sarà che un'illusione se l'informazione, e più largamente ancora la cultura, non riflettono dei valori che siano altri da quelli del commercio e della diversione". O ancora: "Ci sono sempre più media controllati da sempre meno imprese ma ci sono sempre meno diversità di discorsi di idee". Commentando in Le Nouvelle Observateur il libro La teocrazia contro la democrazia del filosofo Bernard Stiegler, l'editorialista francese Jean-Claude Guilebaud scrive a sua volta: "L'apparecchio mediatico che dovrebbe trasmettere informazione e cultura, è divenuto, su scala planetaria, un dispositivo perfezionato di condizionamento , un apparecchio di formattazione  psichica, molto più temibile di quanto si immagini. Per Stiegler, la sua principale funzione è di alimentare senza sosta - o di creare-,  negli immaginari collettivi, questi pruriti di desiderio consumistico, questa bulimia riflessa, questa falsa "mancanza" esistenziale sulla quale riposa il sistema commerciale. Si tratta di trasformare dall'infanzia il futuro cittadino europeo in individuo consumatore a mani nude, slegato da ogni mediazione, emancipato da ogni legame".
 
Se ora si consulta il rapporto del Gruppo dei Saggi, presieduto da Jean Daniel, che é stato consegnato già nel 2004 a Romano Prodi allora Presidente della Commissione Europea, cosa si legge a proposito del ruolo dei media nel dialogo fra i popoli e le culture nello spazio euromediterraneo? Più precisamente questo: " La questione dell'informazione su questi temi si pone con acutezza in un universo mediatico sottomesso alla pressione enorme del mercato e di criteri di convenienza immediata (...) Il rischio è grande che se ne dimentichi il ruolo essenziale, complementare a quello dell'educazione, a quello di formatore del pensiero critico e della visione critica". L'organizzazione ecumenica mondiale della comunicazione Signis, nel suo notevole documento I media per una cultura di pace, esprime la sua viva preoccupazione a proposito di Internet: " Molti internauti cercano sulla rete di ritrovarsi con i loro " lontani simili" piuttosto che con il prossimo diverso. Ognuno va verso quello che coinvolge i suoi gusti o i suoi interessi personali. Quando questi centri di interesse sono dell'ordine dell'identità culturale o religiosa, c'è un pericolo per la pace: è il rischio che ognuno si chiuda nella sua identità senza ascoltare gli altri."
 
3. Le ragioni del male
 
Si può difficilmente negare: l'informazione mondiale al servizio della pace è molto malata. Ma prima di evocare alcune delle ragioni di questa deriva preoccupante, diciamo quanto sarebbe ingiusto generalizzare, dimenticando di rendere omaggio ai numerosi giornalisti e reporter fotografici, di ogni appartenenza mediatica, che, nel cuore stesso dei conflitti, fanno il loro mestiere con professionalità e coraggio. Corrono sempre più spesso il rischio addirittura della propria vita. Diciamogli qui la nostra gratitudine. E torniamo al nostro tema.
Lo specialista francese della comunicazione Dominique Wolton ama ricordare che noi "non siamo più in un'era di mass-media e che la nostra società è divenuta una società individualista di massa". Se a questo si aggiunge che l'individuo è progressivamente catturato dal sistema di mercato che vuole farne un consumatore, come dicevamo prima, si ha in qualche modo lo sfondo del quadro della deriva in corso.  Da qui proviene la tirannia che si è abbattuta, negli ultimi venti anni, sull'universo della comunicazione. Basandosi sui favolosi progressi tecnologici nel campo -pensiamo ad internet- i grandi gruppi mondiali hanno investito massicciamente nella costruzione di "canali" di irrigazione del pianeta a servizio del mercato, con un massimo di pubblicità, una percentuale non trascurabile di distrazione e un minimo di cultura. La comunicazione, principalmente quella audiovisiva, è divenuta prima di tutto una fonte di profitto, per una maggioranza di media privati "che offrono, scrive il giornalista Eric Dupin, una visibilità straordinaria  e ostentatoria al cinismo contemporaneo e che fanno la promozione di un modello di riuscita senza scrupoli."
Si può considerare che questa tirannia è tripla.  È prima di tutto quella del pubblico, condizione della manna pubblicitaria. Poi è quella dell'intimità del voyeurismo che ha il compito di rinchiudere l'individuo nel suo proprio universo. Infine quella dell'immediatezza, dell'istantaneità, della velocità che permette di suscitare l'emozione senza entrare nella minima complessità del reale. Purtroppo, diciamolo, molti responsabili politici al più alto livello, incaricati, fra l'altro, di lavorare per il progresso della pace, non sfuggono, non più della maggioranza dei cittadini, a questo tripla di tirannia.
 
4. E invece l'informazione non è una mercanzia
 
Mi sono attardato, coscientemente e volontariamente, su quello che costituisce, ai miei occhi, una deriva, importante e grave, dell'informazione internazionale di cui uno dei principali obiettivi, ricordiamolo ancora, è quello di contribuire al progresso della pace nel mondo intero. Perché è una deriva, mi sarà detto, mentre si tratta forse solo di difetti di funzionamento inerenti all'epoca e correggibili con il tempo. Molto semplicemente, oserei dire, perché "informare è lavorare sull'umano per gli umani che noi siamo." Ecco precisamente quello che distingue l'informazione da un semplice prodotto di mercato e ne fa un "bene sociale" a servizio di tutti i cittadini. Volerne farne un "prodotto" è farlo partecipare alla costruzione di un mondo dove il mercato prevale sull'uomo. "La maniera in cui la stampa copre il mondo, scrive Jean-Paul Marthoz, influisce sulla maniera in cui si vuole costruire il mondo."  
 
Bene sociale, l'informazione che il giornalista cerca, raccoglie, racconta, spiega, contestualizza, se necessario, ha come obiettivo di fornire ai suoi compatrioti gli strumenti per conoscere meglio e capire meglio il mondo in cui essi vivono, e perché essi determinino, a partire da quel punto, la postura di cittadini necessaria per progredire in umanità! È per questo che il giornalismo, è per sua natura, un mestiere a forte consonanza etica, di cui gli obiettivi e i valori che lo sottendono sono ricordati in numerosi documenti ufficiali. Ecco un estratto di uno di questi, comparso nei Principi internazionali dell'etica professionale dei giornalisti elaborati in occasione del IV Incontro consultativo dell'Unesco tenuto a Praga e poi a Parigi nel 1983: "Il vero giornalista difende i valori universali dell'umanesimo, in particolare la pace, la democrazia, i diritti dell'uomo, il progresso sociale e la liberazione nazionale, rispettando il carattere distintivo, il valore e la dignità di ogni cultura così come il diritto di ogni popolo di scegliere liberamente e di sviluppare i suoi sistemi politici, sociali, economici e culturali. Così, il giornalista partecipa attivamente alle trasformazioni sociali orientate verso un miglioramento democratico della società, e contribuisce, con il dialogo, a stabilire un clima di fiducia nelle relazioni internazionali, atte a favorire ovunque la pace e la giustizia." Si capisce meglio, leggendo questo testo, quanto la vera informazione, nella sua natura stessa, nei suoi obiettivi e nei suoi valori è l'opposto di quello che noi vediamo svilupparsi sotto i nostri occhi.
 
5. Un rimedio è possibile? 
 
Il male è profondo, come si sarà capito, è guaribile? Pubblicazioni, tribune, colloqui sempre più numerosi s'impadronisco della questione. Segno, senza dubbio, che la preoccupazione si afferma, ma allo stesso tempo che delle iniziative sono poco a poco individuabili. Quella di Signis, già diversi anni fa, che ha pubblicato largamente in molte lingue un documento notevole di lucidità e di apertura, intitolato Media per una cultura della pace, merita di essere segnalato. Anche quella dell'esordio a Parigi a fine 2012 di Pharos, l'Osservatorio del Pluralismo delle culture e delle regioni, a base di schede molto rigorosamente informate sullo stato del pluralismo in relazione ai diritti dell'uomo - e quindi alla pace - in tutti i paesi del mondo. Non dimentichiamo i libri, i film, i documentari che riportano iniziative o che presentano testimoni della pace di tutto il mondo. Essi tendono a diventare un po' più numerosi.
 
La posta in gioco è così considerevole e urgente che solo, senza dubbio, un risveglio cittadino di grande ampiezza è capace di aiutare i media ad ascoltare e capire la necessità di sviluppare una cultura della pace. Un esempio fra altri, il documento di Signis evoca, nella sua seconda parte, numerose linee di azione. Come attori di pace, è un paziente lavoro di coscientizzazione delle opinioni pubbliche che dobbiamo intraprendere se vogliamo che l'informazione serva la pace nel mondo. Non abbiamo un minuto da perdere. 
 
Vi ringrazio 
 

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