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30 Settembre 2013 16:30 | Università Urbaniana - Auditorium Giovanni Paolo II

Per favore, si alzi in piedi il vero proprietario



Shmuel Goldin


Presidente del Consiglio Rabbinico d'America, USA
Un Rabbino, che preparava la sua congregazione per un appello caritatevole, disse una volta: “Vi devo dare buone notizie. Abbiamo già raggiunto il 50% del nostro obiettivo! Ho parlato ai poveri e sono pronti a ricevere. Ora, quello che resta da fare è convincere i ricchi a dare!"       
Riconoscendo che non siamo sempre capaci di convincere i ricchi a dare, la Torah obbliga il proprietario terriero a fare una serie di cinque “doni al povero” obbligatori.
Essi sono:
1. Leket: le spighe di grano che cadono a terra durante il raccolto devono essere lasciate perché i poveri le possano raccogliere. 
2. Peah: Una parte (preferibilmente un angolo) del campo deve essere lasciato non mietuto perché possa esserlo dai poveri.
3. Olelot: I grappoli piccoli e non maturi devono essere lasciati sui tralci per essere raccolti dai poveri.
4. Peret: I grappoli singoli che cadono a terra durante la vendemmia devono essere lasciati per essere raccolti dai poveri. 
5. Shikcha: Gli stai “dimenticati” nel campo dopo  che il raccolto è terminato devono essere lasciati per essere raccolti dai poveri. 
Questi obblighi non si applicano oggi per la preoccupazione dei rabbini, che è cresciuta nel tempo, che questi doni potessero essere rubati e non lasciati per i poveri.  
Sebbene queste leggi non si applichino più oggi, si può imparare molto da esse riguardo all’etica della Bibbia, soprattutto perché riguardano il problema della povertà.
La Legge Orale, riportata nella Mishna, pone molta attenzione alle disposizioni riguardanti questi doni. Dalle discussioni dei rabbini emerge una forte distinzione tra questi doni per i poveri e il generale obbligo di elemosina.
Secondo gli studiosi rabbinici, quando entriamo nel mondo della matanot la’evyonim, entriamo in un mondo di assetti proprietari potenzialmente in contrasto. A differenza della elemosina che è elargita da un individuo a chi è nel bisogno, questi doni non sono “dati” dal proprietario ai poveri.  Non sono “suoi” così che egli li possa donare. Quando alcuni specifici beni raggiungono la condizione di matanot la’evyonim essi non appartengono più al proprietario. Essi sono automaticamente rimossi dal suo possesso dalla legge Divina e posti in una particolare categoria legale.  Essi diventano oggetti senza proprietario e solo i poveri ne possono entrare in possesso.  In breve, questi sono “doni” assicurati per legge da Dio ai poveri.
Nelle lunghe discussioni rabbiniche su questo argomento si riflette una fondamentale tensione. Per la precisione, quali beni, chiede il rabbino, diventano automaticamente "doni ai poveri" e quali no? Dove finisce il diritto di proprietà del proprietario terriero e inizia il diritto di proprietà dei poveri? Gli studiosi riconoscono che bisogna tracciare linee-guida stringenti per affrontare  rivendicazioni potenzialmente contrastanti tra il proprietario terriero e i poveri. 
Il rabbino spiega, per esempio, che leket, il grano caduto, include solo “una perdita attesa” ed è limitato alle una o due spighe di grano che cadono ogni volta dalla mano del contadino. Se per qualche ragione, cade di più di questo, il grano resta di proprietà del contadino.  Inoltre, una o due spighe che cadono per motivi imprevisti (es. il contadino è punto da una spina e lascia cadere il grano che tiene in mano) non diventano leket.  
Nel caso della shikcha, gli stai dimenticati, solo uno o due stai alla volta “dimenticati” e lasciati in un posto appartengono ai poveri. Se un numero maggiore viene dimenticato, resta in possesso del proprietario terriero 
Un proprietario terriero non ha in diritto di assegnare questi “doni” a specifici individui, anche se essi sono poveri.  Dio riconosce a tutti coloro che hanno bisogno, egual accesso al campo e egual diritto di raccogliere i beni che ora sono legalmente loro. La quantità raccolta da ciascuno dipende dalla sua industriosità.
Su un altro fronte, anche la definizione di chi è “povero” è discussa nella Mishna: i rabbini limitano la designazione di  “povero” agli individui che mancano delle risorse necessarie a provvedersi dell’equivalente annuo di cibo e vestiario.  Anche un individuo solitamente abbiente che si trovi temporaneamente in questa situazione (e.g., un viaggiatore che sia lontano da casa e non abbia accesso ai suoi beni) è considerato “povero” e ha diritto a beneficiare dei doni nel luogo in cui si trova  .
Queste e una miriade di altre dettagliate prescrizioni riflettono la natura unica della matanot la’evyonim in quanto beni che automaticamente escono dal possesso di un individuo per entrare nel possesso di un altro, senza un' interazione diretta tra i partecipanti. I rabbini mostrano grande cautela nel definire chiaramente i confini della proprietà di questi beni, per proteggere il diritto di entrambe le parti, i proprietari terrieri e i poveri. 
Ne deriva un problema fondamentale. Perché la Torah assegna questi specifici beni ai poveri in questo modo? Perché non obbliga semplicemente il proprietario terriero a donare un dato quantitativo di elemosina a coloro che sono nel bisogno? Perché occuparsi di formule complicate che finiscono col sollevare questioni di contrasti di proprietà? 
C. La risposta sta nel riconoscere il ruolo significativo che questi doni occupano nella grandiosa visione della società della legge della Torah.  
Considerando il fenomeno della proprietà terriera, il criterio specifico che nella storia umana ha distinto “gli abbienti” dai “non-abbienti”, la legge impartisce lezioni fondamentali sia ai proprietari sia ai poveri.
Insegnamenti per i proprietari   Insegnamenti per i poveri
1. La terra non è veramente vostra. La  vostra amministrazione deriva dalla divina beneficienza del “vero proprietario di tutto”. I limiti del vostro possesso saranno segnati dal diritto dei poveri cui è garantito libero accesso ai campi per mietere/raccogliere quello che è loro.  1. Voi non siete totalmente privi della terra. Avete diritto alla terra e ai suoi prodotti. Avete garantito l’accesso ai campi per mietere/raccogliere quello che è vostro.
2. Non avere bisogno di “prendere tutto”. La vostra vita non cambia per una spiga o uno staio che lasciate. Vivete con una cuore pieno e in pace e consentite di raccogliere a coloro che hanno più bisogno.   2. “Workfare” e non “welfare” è la parola d’ordine. Non dovete vivere delle elargizioni degli altri. Entrate nel “vostro” campo, mietete e raccogliete il “vostro” prodotto con dignità e rispetto di voi stessi. Nessuno vi porgerà questi doni e l’ammontare che avrete dipenderà direttamente dalla vostra industriosità e diligenza. 
 
Con sensibilità ed equilibrio, la Torah sposta il confine dell’arroganza del proprietario e amplifica la dignità e la fiducia in sé del povero. Se si considerano correttamente, le leggi visionarie della matanot la’evyonim sono disegnate per ridurre la distanza psichica tra proprietari e non, contribuendo a consolidare una società davvero giusta. 
Mentre tutte le lezioni che si possono trarre dal mitzvot della matanot la’evyonim sono tutte rilevanti per il nostro tempo, un punto risuona con particolare forza. 
Come indicato nel nostro studio, la richiesta della Torah che il proprietario lasci la proprietà di porzioni del suo prodotto, è volta a beneficiare non solo i poveri ma anche il proprietario stesso. Costringendo il contadino a "lasciar cadere", la Torah gli ricorda che egli non ha davvero bisogno di "avere tutto": la felicità non si trova nell'ultimo chicco di grano, nell'ultima spiga di grano. 
Questo paradigma dovrebbe portarci a chiederci: abbiamo davvero bisogno di "avere tutto”? Il prossimo acquisto, la prossima aggiunta alla casa, il prossimo gadget tecnologico, fanno la differenza che noi stiamo ricercando nella nostra vita? 
Uno studio svolto nell'università di  Rochester e pubblicato nel giugno 2009 sul  Journal of Research in Personality ha mostrato sorprendenti risultati riguardo la relazione tra felicità e ricchezza. Dividendo gli obiettivi in due categorie, estrinseci (es. la ricchezza, la fama, l'immagine personale) e intrinseci (es. relazioni significative, salute, crescita personale), lo studio esaminava 147 nuovi laureati  in merito agli obiettivi centrali della loro vita. I ricercatori scoprivano che gli individui che si concentravano e raggiungevano obiettivi intrinseci raggiungevano livelli più elevati di auto-stima e un maggior senso di benessere.  Coloro che miravano e raggiungevano obiettivi estrinseci di ricchezza e fama, invece, sperimentavano maggiori livelli di ansia e infelicità.  
Nella stessa direzione, un noto psicologo dell'università dell'Illinois,  Ed Diener, che ha fatto ricerche sulla felicità per più di due decenni, sostiene:   “Il materialismo è tossico per la felicità.”  Anche i materialisti ricchi, concluce, non sono felici come coloro che si preoccupano meno di guadagnare e spendere. 
Il Giudaismo abbraccia la nozione di successo materiale e di affermazione. Il mondo fisico è un dono di Dio, che deve essere apprezzato e goduto. Quando, tuttavia, il successo materiale diventa l'obiettivo centrale della nostra vita, ci condanniamo ad una continua frustrazione. Nulla sarà mai abbastanza; nessun risultato ci soddisferà.   
Come il contadino di una volta in quel campo dimenticato, la nostra società deve arrivare a riconoscere che la vera felicità può essere raggiunta solo quando impariamo a "lasciar cadere". 
 

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