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1 Ottobre 2013 17:00 | Piazza del Campidoglio

Meditazione



Joseph Coutts


Arcivescovo cattolico, Pakistan

Meditazione di Joseph Coutts
Arcivescovo Cattolico, Pakistan

Non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione. Infatti:

Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici,
trattenga la sua lingua dal male
e le sue labbra da parole d'inganno;
eviti il male e faccia il bene,
cerchi la pace e la segua,
perché gli occhi del Signore sono sopra i giusti
e le sue orecchie sono attente alle loro preghiere;
ma il volto del Signore è contro coloro che fanno il
male.

E chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene? E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto,
1° Pietro 3, 9-15

“Non rendete male per male, ma al contrario, rispondete benedicendo” (1 Pt 3,9), esorta l’apostolo Pietro.

Vengo da un paese, il Pakistan, dove il male si fa gioco, giorno dopo giorno, della pazienza e della fede della gente, irrompendo con violenza brutale, causando stragi in moschee e chiese, minacciando di morte chi lavora per la pace.

Soltanto dieci giorni fa, nella città di Peshawar, due terroristi si sono fatti esplodere nella chiesa anglicana di Tutti Santi, provocando la morte di oltre 80 cristiani, mentre erano insieme per celebrare la domenica. Le immagini di dolore, lo strazio dei sopravvissuti e la potenza del male che ha sradicato vite totalmente innocenti, raggiungono la nostra preghiera dopo giorni intensi di incontro e di dialogo. Salgono a Dio come una potente e drammatica invocazione, perché Lui ci renda strumenti del Vangelo capaci di riconciliare e sradicare il germe dell’odio. Questi innocenti ci chiedono il coraggio della speranza. E la nostra speranza cristiana nasce sotto la croce: anche se umile, è più forte del Signore delle tenebre! Più forte del principe della divisione! La nostra preghiera è ribellione alla morte! E’ ribellione all’ineluttabilità del male! E’ invito pressante alla comunione nella sofferenza. 

Volgiamo lo sguardo ai nostri fratelli e alle nostre sorelle che in Pakistan e in tanti luoghi del mondo vengono silenziosamente condotti come agnelli al macello ed abbattuti. Le mani di questi uomini non sono armate, ma si alzano in preghiera verso il Signore. Le donne, cadute sotto le bombe, desiderano servire i poveri e vivere in pace con tutti. Ai bambini innocenti vengono rubati gli anni della loro vita: sono figli di una piccola minoranza senza pretese politiche che in Pakistan già soffre pesanti ingiustizie e tanto disprezzo. Il disprezzo è alimentato dall’odio di chi rende blasfema la religione, facendone strumento di morte. Questi cristiani sono fratelli e sorelle di tanti figli dell’Islam, resi vittime anch’essi della follia terrorista.

Risuonano fra noi le parole dell’apostolo Pietro: “E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! (1 Pt 3,14)”. Mi colpiscono in profondità: le parole di Pietro, rimandano a quelle di Gesù: “Beati  voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.” (Mt 5,11-12). La resistenza mite dei cristiani li rende simili al Cristo. La loro fedeltà alla domenica, a rischio della vita, ci mostra la verità della nostra fede e la verità dell’esistenza umana: l’uomo è fatto per la comunione con Dio e con i suoi simili. L’uomo può partecipare dell’amore sconfinato del Signore Gesù, che si è fatto prossimo a ciascuno. Nella domenica, i nostri fratelli celebrano l’amore di un Dio disarmato che ha accettato la croce per scaraventare fuori dalla nostra vita il principe delle tenebre. 

Ma, fratelli, com’è difficile! Nessuno sia lasciato solo in questa missione! Aiutiamoci, sosteniamoci…Diventiamo contagiosi nell’amore cristiano. Che infonda coraggio, intelligenza di dialogo, tenacia nella speranza. Ispiri i nostri passi, quando tornati nei nostri paesi dovremo rendere ragione della speranza che è stata effusa nei nostri cuori. E quanta consolazione ci è venuta dalle parole di Papa  Francesco, quando, nella giornata di preghiera e digiuno per la pace in Siria ha detto: “Possiamo imparare di nuovo a camminare e percorrere le vie della pace? Invocando l’aiuto di Dio, voglio rispondere: Sì, è possibile per tutti! Questa sera vorrei che da ogni parte della terra noi gridassimo: Sì, è possibile per tutti! Anzi vorrei che ognuno di noi, dal più piccolo al più grande, fino a coloro che sono chiamati a governare le Nazioni, rispondesse: Sì, lo vogliamo!” E ha continuato: nella Croce si legge la risposta di Dio “: lì, alla violenza non si è risposto con violenza, alla morte non si è risposto con il linguaggio della morte. Nel silenzio della Croce tace il fragore delle armi e parla il linguaggio della riconciliazione, del perdono, del dialogo, della pace. Vorrei chiedere al Signore, questa sera, che noi cristiani e i fratelli delle altre Religioni, ogni uomo e donna di buona volontà gridasse con forza: la violenza e la guerra non è mai la via della pace! 

Si, cari fratelli: è possibile credere e decidere della propria vita, a partire dalla croce. Penso a quanto diceva il nostro martire, il ministro Shahbaz Bhatti, ucciso poco meno di due anni fa. Shahbaz ha vissuto per difendere i cristiani e tutte le minoranze del nostro paese. Dalla Scrittura ha attinto la sua sensibilità e compassione per i più poveri. Non ha mai smesso di credere che fosse possibile vivere assieme e ha promosso con coraggio e generosità il dialogo con i musulmani. Disse: “Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna".

In questa testimonianza risuonano le parole dell’apostolo Pietro: “E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi (1 Pt 3,14-15).

E queste parole illuminano il significato del nostro incontro. Per noi cristiani, “Il coraggio della speranza” ha radice nella forza della croce di Gesù. Volgendo lo sguardo al Signore crocifisso sentiamo tutta la sua grandezza e la sua bellezza, mentre imploriamo da Lui e dai suoi testimoni, la stessa umiltà, la stessa fede, lo stesso amore tenace. Sotto la croce desideriamo scegliere la via umile e coraggiosa del dialogo, dell’incontro, del perdono e della pace. 

In questo spirito la Comunità di Sant’Egidio, ci ha convocato qui a Roma. In questo spirito i suoi giovani in Pakistan amano i poveri e costruiscono ponti di dialogo. In questo spirito ringraziamo il Signore perché non ci abbandona nelle tempeste, ma ci guida e ci guiderà all’approdo della pace. Al Signore della pace, affidiamo questo nostro incontro e il futuro di tutti noi, perché siamo resi  testimoni coraggiosi della speranza che la croce suscita nei nostri cuori. Amen

 

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