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29 Aprile 2015 16:00 | Provincia di Bari - Sala Consigliare

I cristiani del mondo arabo in tempi di paura e incertezza


Tarek Mitri


Università Americana di Beirut, Libano

 

 

L'incertezza e la paura sono ampiamente condivise nel mondo arabo. Stanno drammaticamente plasmando la vita dei cristiani. Il centenario del genocidio armeno riattiva memorie ferite. Oggi, questa memoria è tutt'altro che guarita, in un contesto di crimini contro l'umanità moderna, commessi da attori non statali e da simili regimi criminali dittatoriali. I conflitti armati, l'insicurezza e l'influenza crescente dei gruppi islamici radicali aggravano i problemi sociali. Il raggiungimento dello stato di diritto, del rispetto dei diritti dell'uomo, di una maggiore partecipazione politica rimane una speranza incompiuta, un obiettivo lontano o un orizzonte oscurato. L'emigrazione dalla regione, quella dei cristiani in particolare, e il ritiro dalla vita pubblica rivelano un senso di abbandono e di impotenza. La paura è aggravata dalla propagazione e, talvolta, dalla reinvenzione dell’odio. Essa è generalizzata attraverso l’ostentazione di atti criminali, minacce e previsioni cupe. (Sono sicuro che ne sentiremo parlare di più durante questa conferenza).

Quattro anni fa, trasformazioni radicali e impreviste sembravano augurare una transizione verso la democrazia. Fallimenti e delusioni mettono in guardia contro una accelerazione della storia e oscurano il futuro. I realisti temono l’instabilità. I cinici prevedono una discesa continua nel caos. Sia come sia, le preoccupazioni di oggi attraversano al loro interno i gruppi etnici e le comunità religiose. Tuttavia, essi potrebbero essere differenziati anche se non separati. Più in particolare, la proiezione dei cristiani circa il loro immediato futuro è offuscata dalla loro percezione dell'islamismo, visto come un fenomeno irresistibile. Alcuni sono tentati di vedere l’islam radicale come espressione autentica, anche se eccessiva, dell’islam stesso. Qualsiasi rinascita dell'islam, dicono, è regressione e comporterà la sottomissione dei cristiani. Essi non sono abbastanza attenti alla diversità all'interno della comunità musulmana né riconoscono la profondità delle contraddizioni che la dividono. Si rendono conto che i movimenti radicali sono capaci di far grande danno, anche se non abbastanza forti per modellare, radicalmente e rapidamente, le trasformazioni sociali e politiche. Eppure, essi mettono in discussione il silenzio di molti musulmani moderati o la loro incapacità di confrontarsi con coloro tra i loro correligionari che essi condannano per la loro crudeltà e la loro comprensione anacronistica dell'islam.

Inoltre, molti cristiani sono stati ostaggi degli avvertimenti dei loro governanti: l'alternativa al regime dittatore è il radicalismo islamico. Ricettivi a questo discorso allarmista o soccombenti alle pressioni e sedotti dai favori limitati e occasionali, alcuni cristiani hanno scelto di sostenere, spesso passivamente, dittatori contro la maggioranza dei loro popoli. Per motivi comprensibili, hanno pensato che la stabilità garantisse la loro sopravvivenza come "minoranze", mentre la rivolta popolare avrebbe causato rischi di instabilità a tempo indeterminato. Temendo la minaccia della loro emarginazione, alcuni di loro si sono ritirati nell’emarginazione. Al contrario, troviamo alcuni cristiani le cui preoccupazioni e apprensioni non hanno oscurato il loro impegno per la libertà di tutti, per i diritti umani indivisibili e per la partecipazione politica democratica.

In una certa misura, entrambi gli atteggiamenti hanno polarizzato i cristiani nel corso della storia recente, dal momento della scomparsa dell'ordine politico e giuridico ottomano. Ci sono stati momenti in cui la coscienza incentrata sull’essere minoranza si è confrontata con coloro che hanno cercato di scuoterli a perdere il loro status di minoranza e a sostenere cause inclusive, trascendendo barriere confessionali. Ma ci sono stati anche momenti in cui questi due punti di vista possono essersi scambiati e persino riconciliati, e loro sostenitori hanno dialogato all'interno delle singole chiese o in organismi ecumenici.

Eppure, molti cristiani, compresi quelli la cui storia ferita ha esacerbato il loro confessionalismo, hanno sostenuto e acclamato il grande ruolo dei loro antenati nel risveglio arabo del primo Novecento e la loro ricerca ininterrotta di identità inclusive. Il ruolo dei cristiani nella realizzazione di un nuovo ordine sociale e politico ha superato di gran lunga quello che l'importanza numerica dei cristiani potrebbe normalmente consentire. Il contributo sproporzionatamente influente dei cristiani del movimento della Nahda (Rinascimento arabo) potrebbe spiegare, anche se in parte, il perché le sue promesse sembrano, in retrospettiva, più ampie di quello che fu possibile nella storia successiva. Inoltre, la delusione spesso giustificata di molti ha aperto la strada, per alcuni, a un ritiro amaro in un conservatorismo conservativo.

Alla fine del XX secolo, la disillusione dei popoli arabi, provocata dai fallimenti dei governi e dei movimenti nazionali, è stata quasi generale. Per i cristiani, in particolare, tale sentimento era pervaso di ansia, derivante dagli effetti dei loro numeri in diminuzione, dalle difficoltà economiche accumulate, da un assottigliamento della partecipazione politica e di angoscia di fronte al montante islamismo. Tuttavia, l'ansia specifica della comunità cristiana è vissuta ed espressa da un numero considerevole di musulmani che riconoscono che, mentre i cristiani hanno le loro ragioni per essere inquieti, le loro difficoltà riflettono problemi interni alla società nel suo insieme. Questo atteggiamento non è certo privilegio esclusivo degli oppositori dell'islam politico e dei detrattori laicisti del fanatismo, ma è quello di chi, pur accettando il carattere particolare delle preoccupazioni cristiane, riconosce il disagio dei loro propri correligionari. Per la maggior parte dei casi, non è il rapporto tra la maggioranza musulmana e la minoranza cristiana che è in gioco, ma la giustizia, la partecipazione politica, i diritti umani e le libertà pubbliche.

Ma i cristiani timorosi non sono immuni all’amalgamazione. Qualsiasi rinascita dell'islam è regressione e comporterà la sottomissione dei cristiani a uno stato di dhimmi (cittadini protetti dello stato musulmano). Essi sono consapevoli, che i movimenti di auto-affermazione nel nome dell'islam, prima e dopo le rivolte arabe, ha nutrito sentimenti anti-cristiani, non solo motivati dalla loro visione manichea tra la credenza e la miscredenza (kufr) o la loro comprensione di uno Stato islamico, ma anche perché li incolpano di “associazionismo”. Non importa quanto discutibile queste percezioni siano, ci saranno sempre persone del passato, che non possono, o non osano, opporsi a quelli che li fanno arrabbiare. Cercano sostituti e spesso li trovano nei loro vicini cristiani.
Sembra quindi più difficile di prima evitare la trappola di percepire, e apprendere, l'islamismo come un tutto indifferenziato. Comprensibilmente, le vittime del fanatismo e di coloro che in difesa si ritirano in un atteggiamento di minoranza hanno poco gusto per la differenziazione, la distinzione o la sottigliezza.

Tuttavia, i leader cristiani e le personalità colte hanno l'obbligo morale e possiedono gli strumenti intellettuali per discernere e riconoscere la resistenza di molti dei loro compatrioti musulmani alla tendenza egemonica di quello che viene spesso chiamato "islam politico". I cristiani hanno risorse spirituali sufficienti per non essere trascinati dall’allarmismo della paura. Questo non è un invito a rifuggire da una grave riconoscimento delle minacce e dei rischi, sia reali sia immaginari. Né è una chiamata idealistica alla pazienza. È piuttosto un atto di fedeltà ai valori che hanno sempre sostenuto.

I leader della Chiesa hanno cercato di accompagnare i loro fedeli lungo una strada ardua. Nel corso della loro storia recente, si sono astenuti dal praticare una militanza minoritaria e politiche identitarie. La nozione di presenza cristiana era il loro antidoto sia a un comunitarismo aggressivo sia al ritiro dalla vita pubblica. Nella stessa ottica, il ruolo delle istituzioni della Chiesa è stato definito non solo in termini delle sue funzioni di conservazione, ma anche in base all’imperativo evangelico di testimonianza e di servizio al prossimo. Le Chiese non hanno mai percepito cristiani e musulmani come due blocchi monolitici uno di fronte all'altro, né hanno opposto i diritti della minoranza alle aspirazioni della maggioranza.

C'è un altro modo in contrasto con i percorsi intrapresi da coloro che optano per una militanza esclusivamente centrata su una politica di minoranza o da coloro che hanno scelto il silenzio della paura o della rassegnazione. È un atteggiamento aperto alla reinvenzione, attraverso la partecipazione politica, del patto di cittadinanza che lega cristiani e musulmani insieme. È guidato dalla testimonianza di una Chiesa che condivide pienamente le sofferenze dei nostri popoli, con pazienza ma anche con coraggio, una Chiesa che non è una comunità autosufficiente, ma dispersa come il sale, che cerca la sua identità nella sua vocazione.
È inutile dire, tuttavia, che il futuro dei cristiani nel mondo arabo non dipende solo da loro, ma anche dai loro fratelli musulmani e dalla capacità di tutti di ricostruire gli stati in base alla cittadinanza e allo Stato di diritto, pur riconoscendo la ricchezza del pluralismo religioso e culturale che potrebbe risparmiare al mondo arabo la faccia triste dell’uniformità.

Oggi i leader cristiani dovrebbero ricordarsi della loro moderna vocazione storica, ma anche della loro antica vocazione. Ho visto di recente articoli che rivisitano la lettera a Diogneto risalente alla fine del II secolo d.C. Tali studi ci invitano, se dovessimo usare un linguaggio moderno, a resistere alla reclusione tra il dualismo di maggioranza e minoranza.

La mia breve e conclusiva affermazione riguarda l’essere chiamato e il chiamare se stessi “minoranze”. Il concetto è carico di connotazioni storiche. Per alcuni evoca complotti, manipolazioni da parte di potenze straniere e di eversione del ruolo della maggioranza. Per altri, esso è associato ai diritti e alla protezione religiosa o culturale. In tempi moderni, i cristiani hanno imparato ad affermare la propria autocomprensione come cittadini piuttosto che come minoranze. Invertire il processo, in parole e opere, è arrendersi alle forze della regressione. Per essere sicuri, viviamo in tempi di sofferenza, paura e incertezza. Ma sono anche momenti di cambiamento. I cristiani non sono solo vittime che lamentano la loro situazione, essi sono ancora chiamati ad essere protagonisti.

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