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6 Settembre 2009 17:00 | Auditorium Maximum

Contributo



Michel Camdessus


Governatore onorario della Banca di Francia

Crisi economica e tradizioni religiose nel mondo
Michel Camdessus
Ex Direttore Generale del FMI
Cracovia 6 settembre 2009


Siamo riuniti per questo nuovo Incontro Internazionale per la Pace, per queste giornate di preghiera e fraternità. Questa fraternità è anche comunione con tutti gli uomini nel mondo, nelle prove di questo tempo. Vorrei rievocare brevemente  qui questa prova drammatica che è la crisi finanziaria ed economica e la sfida che essa lancia a tutte le nostre tradizioni religiose. Dobbiamo fermarci  su questo non solo per solidarietà con le innumerevoli vittime, non solo per prepararci al futuro difficile che essa annuncia, ma soprattutto perché la sua intensità non si spiega se non per il fatto che le sue fonti primarie sono in una cultura di idolatria davanti alla quale, noi siamo, come uomini di religione, nel relativismo diffuso, fra gli ultimi testimoni dell’uomo.

Lasciate dunque che io cerchi di definire questa crisi con qualche parola e di soffermarmi su questo interrogativo che essa ci pone, a noi che vogliamo, tutti insieme servire gli uomini e che crediamo alla luce delle nostre tradizioni religiose, nella grandezza del loro destino.

1.    Crisi e cultura dell’idolatria

Diamo uno sguardo a questa tragedia che ha avuto inizio nell’agosto del 2007 ed il cui virus si è presto trasformato in crisi economica globale e ha determinato delle tragedie umane universali:
-    aumento di tutte le precarietà,
-    disoccupazione: negli USA si avvicina al 10%, in Spagna al 20%...
-    rischio di vedere più di 53 milioni di persone in Africa ricadere nella povertà estrema dalla quale esse cominciavano faticosamente a uscire…
-    rischio di vedere congelare l’aiuto pubblico allo sviluppo.

E tutti questi disastri, come sempre succede, si abbattono prima di tutto e ovunque sui più poveri! Consideriamo soprattutto che questa crisi è multipla. Niente sarebbe più pericoloso che scambiarla per uno sconvolgimento congiunturale violento, certo, ma ordinario, da cui si esce uguali a prima. Non si tratta di una crisi in più della globalizzazione ma della prima crisi della globalizzazione. Essa è finanziaria sicuramente, ed è questa soprattutto che noi dobbiamo gestire, ma come l’idra a sette teste della mitologia, fa sistema con almeno altre sei crisi: la povertà nel terzo mondo, la crisi climatica, la crisi alimentare, la crisi energetica, la crisi del multilateralismo e la crisi culturale; in tutto sette crisi. Bisogna tenerle in conto tutte se si vuole risolverne una e questo, così come la componente culturale, le domina tutte. Esse trovano in qualche modo la loro origine nell’avidità individuale e collettiva, nella scelta dell’avere piuttosto che dell’essere.

Allora, vediamo bene qual è la sua origine. Se si rivede il film degli eventi dalla fine degli anni ’80,  poi il fallimento del sistema dei “subprime” negli USA fino al crollo dei grandi istituti finanziari  americani e britannici e la generalizzazione della crisi proprio un anno fa, si osserva che essi sopraggiungono in un mondo di cui i principali dirigenti erano convinti dagli economisti neoliberali che le forze di autoregolazione del mercato provocano in permanenza gli aggiustamenti necessari e che ogni intervento pubblico suscettibile di contrastarli deve essere escluso. “Lo Stato è il problema, non la soluzione” diceva il Presidente Reagan.

Un mercato finanziario internazionale si è così creato nel corso degli ultimi venti anni, lasciato senza regole né istituzioni di controllo. Non c´è da sorprendersi visto che molti attori si sono messi a comportarsi come gente senza fede né legge. I loro comportamenti hanno finito per costituire un punto di riferimento, anche se qualche voce  faceva crescere l’allarme. Siamo così arrivati a quello che Alain Greenspan ha chiamato nel 96, l’”esuberanza irrazionale”, ma questa definizione non ha mutato il consenso globale che prefigurava il “lasciar correre”. Così si è arrivati a una deregolamentazione formidabile fatta sia di errori tecnici pesanti che di errori morali gravi. La lista di questi errori morali è lunga. Se ne possono riconoscere a tutti gli stadi della crisi.

Il fatto che il nostro mondo si sia installato nell’“esuberanza irrazionale”, il fatto che non si sia organizzata alcuna resistenza sufficientemente vigorosa della società o dei cittadini , il fatto che i dirigenti responsabili si siano fatti trascinare in questa perdita di controllo collettiva, solleva una questione che, da testimone vicino degli avvenimenti, ho rivolto cento volte: come è stato possibile? Io non vedo che una spiegazione decisiva: bisognava che questi comportamenti si radicassero in un contesto culturale in cui la seduzione del denaro fosse tale da produrre un accecamento collettivo e da disarmare tutte le vigilanze.

Ora, questo contesto, malgrado tutte le forme di protesta contro la commercializzazione del mondo, ha prevalso. Dopo gli anni ’60, i paesi avanzati, sempre più imitati dai paesi in transizione e emergenti, hanno lasciato che si instaurasse una cultura nella quale il “guadagnare di più per consumare sempre di più” era divenuto il movente, certo non esclusivo, ma dominante. L’uomo si trovava ridotto, degradato, alla sola funzione economica. Il consumo diveniva destino: la vita si vuotava di senso. La cupidigia, che il Presidente Obama ha così vigorosamente denunciato nel suo discorso d’investitura, diveniva furtivamente politicamente corretta e prendeva piede ovunque nel cuore della cultura collettiva. Tutti noi ci siamo messi ad adorare il vitello d’oro, presi come eravamo da questa cultura nella quale i nostri paesi si sono lasciati immergere. Come il popolo ebraico dopo la morte di Giosuè si stabilì in un paese pagano, noi ci siamo lasciati abitare dalla cultura collettiva che poco a poco si imponeva e abbiamo “servito Baal e Astarte” (Giudici 2,11-13).
Noi dimentichiamo sempre come la cultura corrente ci prenda furtivamente. “La piccola madre…” diceva Kafka parlando della cultura “ha degli artigli”. Essa ci prende. E’ così che si è costituito un terreno fertile per tutti gli abusi della sfera finanziaria fino al suo crollo attuale. Un modello di avidità generalizzato ha scavato un vuoto etico nel quale l’economia mondiale si è inabissata fino a che la piramide è crollata.
Riassumiamo: all’origine della crisi ci sono tre errori importanti: l’assenza di regole necessarie, l’insufficienza delle istituzioni di controllo e i comportamenti collettivi emersi da questa cultura dell’avere. E’ compito dei governi, sotto la spinta del G20, rimediare ai primi due, quelli che riguardano i regolamenti e le istituzioni. Essi ci si impegnano mentre lavorano a rilanciare la dinamica economica; ma stiamo attenti: se la sfida culturale che è sottesa alla crisi non è raccolta, le stesse cause creeranno, domani, con danni forse più gravi, gli stessi effetti. Bisogna quindi raccoglierla e qui è l’urgenza principale. I governi non bastano. E’ qui che tutte le nostre tradizioni religiose sono poste insieme di fronte ad una grandissima responsabilità.

II. Dalla crisi culturale a una civiltà del bene comune mondiale

E’ l’idolatria del denaro e il rifiuto collettivo di un’etica nella condotta delle economie che ci hanno condotto alla catastrofe. E’ necessaria quindi una presa di coscienza collettiva perché tutti ne siamo stati toccati. Noi dobbiamo tentare di discernere insieme qualche strada verso un mondo più degno dell’uomo, non più ridotto al “guadagna di più, consuma e taci”, ma ristabilito nella sua dignità piena. Non si tratta soltanto di sostituire una civiltà del bene comune mondiale a quella che era divenuta del dio-denaro. Come tutte le nostre tradizioni religiose non si sentirebbero invitate ad associarsi a una tale impresa? Tutte hanno qualcosa di essenziale da dare a partire dal tesoro che gli appartiene. Tutte insieme esse possono contribuire, con un lavoro comune, a offrire a questa globalizzazione senza fede né legge, un’etica mondiale. Permettetemi di soffermarmi su questi due punti.
Tutte le nostre religioni hanno, infatti, nel tesoro delle loro tradizioni, una visione dell’uomo e del suo destino, delle prescrizioni e delle pratiche che possono dare un contributo di salvezza a un’umanità disorientata.

Noi abbiamo un presentimento: non ci sarà una risoluzione durevole della crisi se il mondo dei benestanti non riapprende la sobrietà. Di fronte a questo imperativo, come non ringraziare, per esempio, per i musulmani nostri fratelli che ci danno un esempio straordinario con il Ramadan dominando così la nostra frenesia di consumo?

Si conosce il ruolo delle Chiese nella lotta per un’accoglienza umana degli immigrati, la riflessione offerta anche dall’ultima enciclica di Benedetto XVI che con i suoi richiami a riconsiderare il dono come espressione di fraternità, è un magnifico messaggio di speranza e di fiducia nell’uomo.

Tutti questi messaggi e molti altri convergono per tentare di strappare gli uomini all’idolatria schiavizzante e disastrosa alla quale essi si abbandonano, per ridargli fiducia e speranza, per aiutarli a costruire nella fraternità un mondo nuovo. Ognuna delle nostre tradizioni si spende per questo e il loro dialogo non può che incoraggiarle a dedicarvisi con un’energia rinnovata. Tuttavia, c’è un contributo che il loro lavoro comune può dare a questo mondo che, attraverso tante sofferenze e fallimenti, si riunisce: parlo di un’etica mondiale.

Noi l’abbiamo visto, una delle fonti di questa crisi si trova nel rifiuto di sottomettere l’attività economica a qualche norma etica o giuridica che sia. E’dunque più che mai indispensabile  che noi tutti che consideriamo che là vi è un errore fatale, intraprendiamo un lavoro comune perché il mondo che si riunifica possa costruirsi su delle basi etiche comuni. Da più di quindici anni si lavora per questo nel quadro del Parlamento delle Religioni, ma la crisi di oggi ci invita ad andare più lontano verso questa definizione di un’etica mondiale che Benedetto XVI invocava nel suo messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace.
Al di là di un codice etico, si tratta anche di ricercare insieme, alla luce delle nostre tradizioni, gli elementi di una definizione di bene comune mondiale verso il quale l’umanità possa convergere. Si potrebbe trattare:

-    della lotta generalizzata per il rispetto dell’uomo nella sua dignità e nelle sue culture;
-    di una riforma dei nostri Stati, limitati certo non nel loro ruolo ma nell’esercizio di tutte le loro responsabilità a servizio del bene comune e della promozione dei più sfavoriti.
-    di un nuovo modello economico nel quale le finanze gestite nella trasparenza, la giustizia e la solidarietà sarebbero al servizio di uno sviluppo davvero sostenibile;
-    di un governo mondiale, infine al servizio di questo bene comune universale e della solidarietà fra gli uomini.

Ma c’è di più e vorrei concludere. Una delle peggiori caratteristiche del nostro tempo è che con questa crisi il mondo diventa senza speranza, senza gioia, un mondo ripiegato su di sé. Proprio per questo il nostro incontro è più pertinente che mai. Nel corso di un decennio nel quale – soprattutto dopo l’11 settembre 2001 – il dialogo tra le tradizioni religiose sembrava aver perso ogni diritto, Sant’Egidio l’ha continuato e sviluppato, convinta del suo valore profetico e della sua importanza per rendere agli uomini la loro speranza, il gusto della fraternità, il senso della loro unità. Siamo grati di questo. Questi dialoghi hanno più che mai un ruolo essenziale per facilitare il dialogo delle culture e contribuire alla loro conversione, alla loro trasfigurazione nella luce dello Spirito. Ecco una ragione in più per sottolineare quanto sia opportuno il nostro incontro.


Cracovia 2009

Il saluto di papa Benedetto XVI all'Angelus


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