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3 Ottobre 2010 10:30 | Santa Maria del Mar

Omelia del Cardinale Arcivescovo di Barcellona, Mons. Lluís Martínez Sistach, alla Liturgia eucaristica dell’Incontro Internazionale per la Pace.



Lluis Maria Martinez Sistach


Cardinale, Spagna

Innanzitutto, desidero esprimere la mia soddisfazione di ospitare il XXV Incontro Mondiale per la Pace nella nostra città di Barcellona. Intorno all’altare di questa bellissima basilica, ringrazio la Comunità di Sant’Egidio e il suo fondatore, lo stimato Professor Andrea Riccardi, che ha accettato il mio invito di poter accogliere a Barcellona, per la seconda volta, questo incontro, parabola del futuro, di un futuro migliore che, con l’aiuto di Dio, auspichiamo per il mondo e per il contributo che le religioni possono e devono dare alla causa della convivenza nella pace, la libertà e la giustizia. Ancora vivo nella memoria di questa città è il ricordo di quel XV Incontro di “Uomini e religioni”, tenutosi nei primi giorni del settembre 2001.

Condivido la responsabilità di queste riflessioni sulla Liturgia di oggi con un caro fratello, Sua Eminenza Filaret, Metropolita del Patriarcato di Mosca. Le mie riflessioni vogliono essere solo un aiuto per illuminare il nostro spirito e disporci a partecipare a questo nuovo Incontro interreligioso. Ci muove tutti il cosiddetto Spirito di Assisi, ricordando quell’incontro convocato da Papa Giovanni Paolo II e a cui hanno risposto generosamente molti leaders religiosi nell’ottobre 1986.
 
La prima riflessione è sul testo del profeta Abacuc che abbiamo ascoltato. Si tratta di un testo profetico del VII secolo A.C., che ha inizio con un lamento che può risuonare estraneo al nostro tempo, ma che è molto attuale: il profeta si lamenta della passività di Dio davanti a tante ingiustizie e dice: “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”.
 
Non è forse questo, cari fratelli e sorelle, ciò che mostra ancora oggi il nostro mondo? Noi stessi, che ci apprestiamo a lavorare in queste tre giornate sulla convivenza in un tempo di crisi, su una visione del mondo che sia “la famiglia di Dio e la famiglia dei popoli”, possiamo essere tentati dal farci trascinare dallo scoraggiamento, quasi a dire: “Noi proponiamo un ideale, ma la realtà va da un’altra parte. Noi proponiamo una speranza, ma in realtà ciò che prevale è la violenza e il conflitto. Noi proponiamo la pace, ma ciò che domina è il conflitto e lo scontro”.
 
Davanti a ciò, cari fratelli e sorelle, vi invito fraternamente e invito me stesso a essere uomini e donne di fede. Seguendo la risposta che ascoltò il profeta non perdiamo la speranza. Il Dio della giustizia e della pace non fallirà. Disponiamoci ad ascoltare con spirito aperto. Prestiamo attenzione ai messaggi di pace, convivenza, fraternità e compassione che troviamo in tutte le grandi tradizioni religiose. 
Dice il profeta biblico: “Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”. La fede non è una conquista umana, bensì un dono della grazia di Cristo che deve essere chiesto. La storia dell’autentico apostolato e della santità è un’epopea delle “impossibilità umane”, realizzate dallo Spirito di Dio che ha come suoi strumenti “gli uomini di fede”. Che sempre possiamo essere uomini e donne dall’animo sensibile alle cause dei popoli. Che il nostro animo non soccomba all’orgoglio, ma che sia sensibile e compassionevole. Dobbiamo essere uomini e donne giusti, vivendo per la fede. Dobbiamo essere uomini e donne che vivono grazie alla fede. 
 
Per una seconda riflessione, vi chiedo di permettermi di esprimermi nella lingua della Catalogna, che è la lingua madre di molti di coloro che mi ascoltano. 
San Paolo, nella seconda lettura, ci invita a dare una risposta positiva ai doni che ciascuno ha ricevuto da Dio e ci chiede che lo facciamo con forza spirituale, con carità e con prudenza. E’ un consiglio eccellente per il lavoro che ci disponiamo a fare in questi giorni a Barcellona. L’incontro “Uomini e Religioni”, conosciuto anche come “Preghiera per la Pace”, ha proseguito il suo cammino nel nome di Dio, seguendo lo spirito di Assisi. Per questo possiamo celebrare i 25 anni di questi incontri.
Dobbiamo innalzare i nostri cuori a Dio e rendergli grazie per i doni con cui ci ha ricompensato in questo quarto di secolo. Abbiamo percorso già un lungo tratto e i frutti che possiamo vedere sono stati molti e molto buoni. Ciò ci deve incoraggiare a continuare sulla nostra strada. Il cammino che ci resta è ancora lungo.
Ma se guardiamo il tragitto che abbiamo già percorso, possiamo dire che questo spirito di Assisi ha affratellato migliaia di persone in tutti questi anni e le ha unite con una sensibilità comune che ha oltrepassato ogni tipo di frontiera e di barriera. Uomini e donne di religione, pensatori, politici, economisti hanno sentito che lo spirito di Assisi toccava il loro cuore e sono divenuti, nella misura delle loro possibilità, servi umili della convivenza e della pace nelle loro società e nel mondo globalizzato e plurale di oggi. 
Tutti questi uomini e donne che hanno reso possibili le 25 edizioni della Preghiera per la Pace sono testimoni del fatto che questa iniziativa si porta a compimento grazie all’amicizia e in un mondo che si deve costruire mediante l’arte del convivere. La Preghiera per la Pace si fa in nome della fede nel Dio della pace, che vuole il bene di tutti i suoi figli, soprattutto i più deboli, i più fragili, coloro che soffrono.
 
La mia terza riflessione la farò in italiano, pensando appunto ai tanti membri di questo paese fratello che ci accompagnano. Il Vangelo di oggi mi pare che ci può aiutare a vivere con intensità spirituale i vari eventi del nostro Incontro. Gesù ci dice che la fede può fare dei miracoli. Lo crediamo sinceramente. La fede può fare il miracolo di convertire il proprio cuore e di cambiare il mondo.
Dobbiamo credere che la fede può fare il miracolo di realizzare il titolo dell’Incontro di Barcellona: “Vivere insieme in un tempo di crisi” e costruire la “famiglia di Dio, famiglia dei popoli”. È questa oggi la nostra sfida davanti alla tentazione di isolarsi, di vivere lo scontro e di voler sopraffare da soli e solo per sé stessi la crisi. Il messaggio dell’Incontro è l’unica alternativa alla guerra, al conflitto e alla diffidenza. L’unica via del nostro mondo plurale e globalizzato è quella di vivere insieme nella fedeltà alla propria identità e ai propri diritti nel rispetto dell’identità e dei diritti altrui.
Come è solito dire in questi incontri di uomini e religioni, la pace è un cantiere aperto a tutti, è una realtà che dobbiamo costruire tra tutti. Solo da questo vissuto e da questo vivere insieme, nutrito dal dialogo e l’incontro generoso con l’altro, potremo trovare un discorso autentico e rassicurante per il presente e per il futuro.
La liturgia di oggi ci chiede di essere uomini e donne di fede e di forza spirituale (prima lettura); chiede ad ognuno di ringraziare Dio e di fare fruttificare i doni ricevuti, di conservare il deposito di saggezza nel proprio spirito (seconda lettura); ci chiede, infine, di adoperarci affinché questa fede sia in noi una forza e uno slancio a favore della pace e la convivenza tra i popoli, così che essi possano essere non solo una famiglia di popoli, ma anche una famiglia di Dio. E quando avremo lavorato per realizzare questi scopi, siamo anche umili per porre tutta la nostra fiducia nell’aiuto de Dio e per dirci l’un l’altro, come ci propone oggi il Vangelo: “siamo dei servi senza alcun merito: non abbiamo fatto altro che il nostro dovere”.
 
+ Lluís Martínez Sistach
Cardinale Arcivescovo di Barcellona
 

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