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La memoria di Tutti i Santi nella liturgia a Santa Maria in Trastevere (Roma)


 
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MEMORIA DI TUTTI I SANTI
1 novembre 2011

Icona del Santo Volto
Roma, Basilica di Santa Maria in Trastevere

 

COMUNITA' DI SANT'EGIDIO

Signore,

nessuno può vedere il tuo volto
e i nostri occhi sono coperti
dal velo della nostra condizione umana.
Tu hai mandato il tuo figlio Gesù
che ha rivelato il volto di Dio
e ci permette di vedere la sua glodia.
Non nasconderci Signore il tuo volto,
non abbandonarci nell'oscurità.
Tu sei la via: insegnaci a seguirti.
Tu sei la verità: conosci tutto di noi.
Tu che sei la vita,
liberaci dalla paura di amare.
I nostri cari contemplano il tuo volto.
Essi sono illuminati dal tuo amore
e lo riflettono a noi che siamo nel buio.
Insegnaci a riconoscere il tuo volto
quando ti incontriamo nel prossimo,
perchè nell'amore gratuito,
senza calcolo e senza ricerca della ricompensa,
conosciamo già oggi
la pace della tua casa.
La nostra vita è un desiderio
che trova compimento in te.

Grazie, Signore. 

Nel giorno della memoria di Tutti i Santi, la Comunità di Sant'Egidio celebra il ricordo di tutti coloro che sono morti a causa di gravi malattie, a cui si è fatta vicina negli anni. Nella liturgia, tutti vengono ricordati per nome.

 La memoria è celebrata a Roma, nella basilica di Santa Maria in Trastevere e in alre città di Italia.

La predicazione nella basilica di Santa Maria in Trastevere

Oggi celebriamo tutti i santi. La comunione dei santi è il desiderio di Dio sugli uomini e sul mondo. Comunione significa un amore senza diaframmi, senza riserve, dove tutto ciò che è mio è tuo. Comunione è il pieno completamento nell’altro, l’unione tra uomini e donne, tra passato e presente. Comunione è un cuore solo e un’anima sola con i fratelli, anche quelli che non abbiamo vicino in modo materiale. Una cosa sola, come pregò Gesù prima di lasciare questo mondo. Saremo una cosa sola. Nell’unione tra noi, nell’amicizia che così tanto ci unisce, più forte del tempo e delle tante paure che, non desiderate, nascono in noi, intravediamo questo mistero che è il nostro futuro. E se intravediamo qualcosa cambia tutto e non sento più la fatica perché già “vedo” quello che cerco.

Come le nuvole del cielo che si compongono e si ricompongono senza fine, noi incontreremo la totalità dell'essere, della verità, dell'amore e non ci stancheremo di vivere la molteplicità infinita del volere bene. E, in piccolo, iniziamo a viverlo. La comunione è una chiamata: cercare quello che unisce, mettere da parte quello che divide, anche se questo ci cattura con la sua logica o pensiamo che se non è risolto non possiamo andare avanti! Solo iniziando ad amare troviamo pienamente quello che ci unisce! Significa trovare in ognuno qualcosa che me lo rende vicino invece di osservare la pagliuzza. Cerchiamo quello che unisce con l’uomo mezzo morto, perché l’indifferenza diventa omicida. La compassione permette che la sofferenza del prossimo diventi mia e ci fa trovare il tanto che ci può unire. Chi l’ha sperimentata lo sa bene. La nostra amicizia è nata dove c’era solo deserto e dolore! Cerchiano quello che unisce, come Dio fa con noi. Questo significa essere santi.

Cosa c’è di santo, in questo mondo dove tutto appare sporco, dove siamo assecondati a diffidare delle cose belle, a credere non ci sia nulla di puro perché tutto è inquinato dal proprio interesse, dal peccato? Ci siamo tanto abituati a vedere solo il negativo che osserviamo il male con distacco, quasi fosse innocuo o un’opzione da non contrastare. Santo non è perfetto. Santo non è nemmeno chi lavora tanto. Senza la carità, afferma l’apostolo Paolo, non serve a nulla spostare le montagne o conoscere tutte le lingue! Santo, infatti, è Gesù e chi si fa amare, cioè prendere da lui, peccatore com’é.
L’amore permette di mettere via quello che ci divide dagli altri, dalla tentazione di vedere solo lo sporco. Santo è chi ha aperto la porta del suo cuore. E sappiamo come, in tanti modi, a volte espliciti altri simili a quei gemiti inesprimibili di cui parla l’apostolo Paolo, cioè con un’invocazione profonda che Dio però decifra e fa sua, i nostri cari hanno teso le mani a quel Padre che le stringe, perché nel salto della morte veniamo afferrati da Lui, sollevati dall’abisso, assunti dal suo amore, come vediamo raffigurato nella tenerissima immagine della morte di Maria. Gesù la prende con le sue mani perché non sia inghiottita nel buio del non senso e della dimenticanza.

Oggi ci viene incontro lo stuolo di Santi. Alcuni li abbiamo conosciuti, come il Beato Giovanni Paolo II. Con il loro amore essi ci aiutano a riconoscere i fratelli, quel popolo di amati che ci circonda. In questo stuolo vediamo il volto dei nostri cari. Non siamo soli, nessuno è lasciato solo nella disperata realtà che è la nostra vita e che spesso è resa dura dall’assenza di qualcuno. Nella sofferenza e nella morte, sperimentiamo una solitudine terribile, come certe raffigurazioni della croce nella quale c’è solo il dolore di un povero uomo appeso ad essa. Quando si muore sono solo io, solo io a soffrire, a provare smarrimento e paura. Come Gesù nell’orto degli ulivi. E nella tristezza e angoscia anche lui cercava la vicinanza dei suoi amici. La presenza degli uomini non annulla la sofferenza, ma ci aiuta a sentire questa forza che niente può spezzare. Non abbiamo così sostenuto la via dolorosa di chi ci ha lasciato? Non è stato inutile accompagnarli con tutto l’amore che potevamo. Per questo scegliamo di non lasciare nessuno solo, fosse una visita, avviare un’adozione a distanza perché oggi un bambino in Africa possa non morire di AIDS oppure una preghiera. Troviamo così il nostro prossimo, cioè i più vicini a noi, i più cari. E in questo amore, comunione dei santi, il male è sconfitto.

I santi non sono cristallizzati nella morte. Essi riflettono, se alziamo lo sguardo, la luce dell’amore di Dio. Il sole, dicevano i padri della chiesa, tramonta per sorgere da un’altra parte e le stelle, immaginavano, riflettono a noi, che restiamo nel buio, la luce che penetra l’oscurità e orienta nell’immensità della notte e del cielo, altrimenti impenetrabile e disorientante. Le stelle sono i santi, i nostri santi, i tanti santi accesi dell’amore, che hanno fatto vedere la forza dell’amore. Le stelle sono i nostri cari. Impariamo anche noi a mettere in alto la luce della nostra vita, a non essere mediocri, a non nasconderla sotto il moggio, a non sciuparla vivendo per noi stessi. Mettiamola in alto, cercando quello che ci unisce, soprattutto ai poveri che hanno una vinta senza la luce dell’amore. Questo ci mostrano i santi che cantano la gloria di Dio questo ci chiedono i nostri cari. Perché questa è la gloria di Dio: un uomo consolato, una solitudine vinta, una lacrima asciugata, un bambino strappato dalla paura o dalla morte. Diventiamo santi, cioè amici di Dio e amici degli uomini. Tutti possiamo esserlo! Santi si diventa soprattutto nel servizio, perché grande è colui che serve.

Santo è chi umilia il proprio orgoglio per cercare solo l’amore per gli altri, gratuito e fedele. Certo, questo richiede impegno, perché il male ci vuole divisi, ci fa credere che non c’è niente di bello e che niente valga per davvero la pena. Invece beati, beati sono i poveri in spirito, chi ha un cuore sensibile che si unisce al prossimo; gli afflitti, chi non scappa dalle lacrime; i miti, che non rispondono al male con il male; quelli che hanno fame e sete della giustizia, che combattono perché il mondo sia migliore; i misericordiosi, chi sceglie l’amore e non il sacrificio. Gesù è Beato. Beati oggi sono i nostri cari perché capiscono pienamente questo e lo vivono. Beati siamo noi quando mettiamo in pratica il comandamento dell’amore, impariamo a lavare i piedi, cerchiamo ciò che unisce, serviamo il prossimo. Davvero beati. Questa è la nostra festa. Questa è la nostra gioia, che niente e nessuno può portarci via.

Noi leggeremo oggi un pezzetto del libro della vita: ascolteremo i nomi dei nostri cari e tutti ci saranno cari. Nessuno è dimenticato, perché l’amore non perde nulla, non è mai perso. Accenderemo una luce ad ogni nome. In quella piccola fiamma vedremo la stessa luce che risplende nelle tenebre. Vorremmo illuminasse il cuore, ci darà speranza e ci insegna a portare amore dove c’è ancora buio, speranza dove la disperazione cancella il futuro, compagnia dove c’è solitudine. E’ la stessa luce che ci riflettono i nostri cari. Al termine della liturgia riceveremo tutti un fiore benedetto, segno di sensibilità e tenerezza, sentimenti di cui abbiamo bisogno e che portiamo dove i nostri cari riposano.

L’altro giorno mi è arrivata la notizia della morte improvvisa di una ragazza, giovane. Ero per strada. C’era molto vento e la luce limpidissima. Le montagne che normalmente non si vedevano, non solo apparivano evidenti, nitide, piene di particolari, ma anche tanto vicine, come se la distanza era annullata. Ecco, lasciamo che il vento dello spirito di Dio diradi la foschia del cuore, liberi gli occhi dai dubbi e dalla paura. Vedremo il volto di Gesù nei fratelli e nei poveri. Vedremo intorno a noi quello che esiste ma resta nascosto, che è vicino ed è la meta del nostro camminare.

Signore, nessuno può vedere il tuo volto e i nostri occhi sono coperti dal velo della nostra condizione umana. Tu hai mandato il tuo figlio Gesù che ha rivelato il volto di Dio  e ci permette di vedere la sua gloria. Non nasconderci Signore il tuo volto, non abbandonarci nell’oscurità. Tu sei la via: insegnaci a seguirti. Tu sei la verità: conosci tutto di noi. Tu che sei la vita, liberaci dalla paura di amare. I nostri cari contemplano il tuo volto. Essi sono illuminati dal tuo amore  e lo riflettono a noi che siamo nel buio. Insegnaci a riconoscere il tuo volto quando ti incontriamo nel prossimo, perché nell’amore gratuito, senza calcolo e senza ricerca della ricompensa, conosciamo già oggi la pace della tua casa. La nostra vita è un desiderio che trova compimento in te.
Grazie, Signore.

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