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8 Settembre 2015 09:30 | Palazzo dei Congressi - Pallati i Kongreseve

Intervento di Daniela Pompei



Daniela Pompei


Comunità di Sant'Egidio, Italia

“Migranti: una sfida globale” è il titolo di questo Panel. Una sfida, certo, ma non solo ai nostri inadeguati sistemi di accoglienza, o ai nostri asfittici dibattiti per rivedere qualche procedura iper-burocratica. No. La sfida è più grande. È la sfida ai nostri valori fondanti, al nostro continente invecchiato precocemente. Ci si confronta con una domanda radicale: se possiamo dirci o no Umani.

C’è un’icona che entra in modo drammatico e doloroso in questa nostra riflessione di oggi. Quella del piccolo bambino siriano, Aylan Kurdi, morto sulla riva del mare in Turchia.

Non dimenticheremo mai più questa immagine. Un bambino di poco più di tre anni, che aveva preso il gommone con i suoi genitori per cercare salvezza. Con lui sono morti anche suo fratello di 5 anni e la loro mamma. Una famiglia curda di Kobane. Kobane è una delle città che ha resistito al terrorismo. Questa foto rappresenta la tragedia immane di questo esodo di profughi. Rappresenta anche la colpevole inerzia dei paesi europei.

Aylan nella sua breve vita ha conosciuto solo la guerra. È nato durante la guerra. Ci interroga, allora, non solo per il dramma della inaccoglienza, ma anche per il dramma di una guerra assurda, lunga, che non ha visto attenzione o sforzi adeguati per fermarla. Penso agli appelli ripetuti e isolati di Andrea Riccardi per la pace ad Aleppo.

A proposito della guerra siriana Riccardi ha detto: “accade qualcosa di terribile ma viene ignorato oppure si assiste rassegnati (...) Ci vuole un soprassalto di responsabilità da parte dei governi. Bisogna imporre la pace in nome di chi soffre” (fine della citazione). Bisogna imporre la pace in nome di Aylan e della sua famiglia, in nome dei 12 milioni tra profughi e sfollati interni. 

C’è bisogno in questo tempo di una nuova visione per l’Europa, di andare oltre lo spaesamento e la paura dell’invasione. C’è bisogno di una visione sulle migrazioni che tragga la propria forza dalla storia, dalla conoscenza, dalla speranza, dalla fede e dal sogno di una vita migliore per tutti.

La scoperta sorprendente di questi ultimi giorni è che l’Europa ha un cuore! Gli europei hanno un cuore! Commozione, indignazione, solidarietà. Sono gli atteggiamenti che stanno emergendo con forza, scuotendo da un torpore e da una cappa plumbea e impenetrabile. Persino i governanti più timorosi, i populisti più convinti, i burocrati più freddi, i mass media più distratti hanno dovuto rivedere il loro modo scontato e difensivo di rappresentare la realtà dell’arrivo dei profughi dentro il cuore dell’Europa.

Gli europei stanno dimostrando di essere più avanti di chi li governa o di chi ne dà una rappresentazione solo impaurita e in posizione di difesa. Un’immagine non veritiera e obsoleta.

Finalmente mi ritrovo, anche personalmente e profondamente in questi sentimenti di commozione e di indignazione. Non ci sto! È troppo! I muri, i fili spinati, la schedatura con i numeri sulla pelle, i morti, i viaggi inumani, lo scarico di responsabilità infinito tra i governi. È troppo! Bisogna agire subito, non c’è tempo da perdere!

La seconda icona di questi giorni che meglio rappresenta l’Europa non è, lo dico con una punta di tristezza, quello dei vertici europei in cui questi temi si dibattono e ci si scontra su quante quote si possono tollerare o meno. L’immagine vera, quella in cui mi riconosco pienamente, è quella bellissima foto apparsa sui social, che si è diffusa in modo virale, ed è stata ripresa da tutti i giornali europei.

Una donna, ricca, greca- e non è un fatto secondario-, non giovane ma bella, che- dopo averlo salvato dal naufragio-abbraccia un giovane profugo siriano in fuga dall’orrore della guerra, stremato dopo tredici ore in acqua. Sarebbe morto.

Un abbraccio. La donna ha raccontato di aver deciso di tornare indietro dopo averlo superato una prima volta con la sua imbarcazione. È come una madre, nel senso più profondo: che ti fa nascere di nuovo alla vita.

Un abbraccio. “Una tensione che lentamente cessa di essere tensione per diventare incontro, abbraccio, in cui si confonde chi aiuta e chi è aiutato” Queste sono le parole di Papa Francesco: “Chi è il protagonista? Tutti e due o per meglio dire l’abbraccio”. Sono le parole che il Papa ci ha rivolto durante la visita alla Comunità di Sant’Egidio nel giugno 2014, che spiegano questa fotografia, ci fanno capire la profondità di questo incontro tra chi accoglie e chi fugge. L’abbraccio trasfigura entrambi. Li fa vivere entrambi.

L’Europa, e in questi giorni appare con più chiarezza, può ritrovare se stessa in questo abbraccio. Ritrova la sua credibilità, e anche la sua rilevanza politica e storica, se con convinzione usa la sua ricchezza, la sua forza, per accogliere chi arriva in percorsi positivi di integrazione. Può ritrovare persino la sua giovinezza!

La Comunità di Sant’Egidio in tutti i luoghi dove è presente ha vissuto e vive in questi mesi una tensione a fare di più. “Vi vogliamo bene”, lo diciamo, lo ripetiamo tante e tante volte, a questi giovanissimi profughi che incontriamo. Hanno 12, 13 anni e da soli emigrano e affrontano viaggi impossibili, affrontano i rischi della morte una, due, cento volte. Il 20 per cento dei profughi che arrivano sulle nostre coste sono minori non accompagnati. Significa che sono piccoli e soli. Tra i siriani si incontrano tante famiglie con figli piccoli e anziani.

“Vi vogliamo bene!” Alcuni sorridono, altri piangono, altri iniziano a giocare a fare festa come ragazzi, perchè molti sono ragazzi! E come ragazzi hanno bisogno, vorrei dire hanno il diritto, di protezione e di un abbraccio materno per tornare a sorridere.

In Sicilia le nostre comunità attendono nei porti gli arrivi delle navi che trasportano umanità dolenti,  accolgono i vivi e qualche volta purtroppo anche i morti.

A Milano dove alla stazione centrale, con la comunità ebraica della città, è stato allestito un centro di accoglienza proprio nel luogo della memoria della deportazione degli ebrei, si offre un momento di riposo e ristoro a coloro che continuano i loro viaggi.

A Roma dalla fine di giugno, tutte le settimane si prepara la cena e si fa festa nella Tendopoli dei profughi della stazione Tiburtina. Lo stesso avviene in modi diversi in  Germania, in Ungheria e in Spagna. La gara di solidarietà di gente di tutte le generazioni è soprendente.  Tantissimi si uniscono a noi per aiutare.  Anche a Napoli, Padova, Treviso. In questa estate sono giunti a Roma più di 2000 giovani del nord Italia che hanno chiesto alla Comunità di Sant’Egidio di poter aiutare i più poveri, di parlare con i profughi. Dalla crisi può nascere qualcosa di buono: una nuova Europa.

Sta cadendo il muro della “fortezza Europa”. Ogni giorno le mura di questa fortezza cedono come le mura di Gerico sotto la pressione della società civile. Le notizie che vengono di nuove aperture, erano solo pochi giorni fa impensabili, da parte della Germania, dell’Austria, della Polonia, della Gran Bretagna, Francia, Islanda.

Vorrei ora brevemente , con molto piacere dire qualcosa riguardo all’Albania, una terra molto cara alla Comunità di Sant’Egidio, conosciuta, amata e visitata negli anni ‘80 ancor prima della caduta del regime comunista. Quella della migrazione dall’Albania, vista a distanza di oltre 20 anni, è una storia a lieto fine. È una storia da far conoscere. Al nostro tavolo dei relatori abbiamo un illustre e apprezzato testimone di questa storia.

l’Italia all’arrivo degli albanesi, nel 1991, si trovò per la prima volta ad affrontare, in pochi giorni, un afflusso massiccio di persone che giungevano stipate nelle navi. In poco più di un mese giunsero oltre 25 mila persone. Ricordo molto bene quei giorni che colsero tutti di sorpresa, particolarmente le istituzioni. Tutti provarono a far qualcosa, lo Stato, i militari che attrezzarono dei campi di raccolta, la gente comune. Molti pugliesi aprirono le loro case all’ospitalità.

All’inizio, come sempre accade, la reazione degli italiani fu anche di difesa. La percezione nell’opinione pubblica non era positiva. C’è voluto tempo. Ma oggi gli albanesi sono la seconda comunità per consistenza numerica in Italia, quasi 500 mila, sono ben inseriti, contribuiscono con il loro lavoro allo sviluppo economico e sociale dell’Italia, molti sono divenuti cittadini italiani. L’Albania è in attesa di entrare a pieno titolo nell’Unione Europea, ed è auspicabile che questo avvenga il prima possibile. In poco più di 20 anni non si parla più di albanesi e di Albania se non in termini positivi e di crescita. È un esempio che ci può aiutare. Ci possono essere dei problemi accogliendo, ma alla fine accogliendo non ci si sbaglia mai.

Molti cittadini europei e nuovi europei questo l’hanno capito. Penso agli italiani, ai greci, ai tedeschi, agli ungheresi - la lista si allunga ogni giorno- che in questi mesi non hanno accettato di far vincere la paura e il rifiuto, hanno aiutato come potevano, hanno voluto conoscere, si sono messi in gioco personalmente.

In conclusione: Che cosa dobbiamo fare?

Prima di tutto direi che dobbiamo fare in fretta. Non c’è piu tempo da perdere.

1. Riconoscere, subito, la protezione temporanea europea ai siriani, agli iracheni e agli eritrei. Esiste già la direttiva europea che va solo resa operativa con una decisione dei paesi aderenti all’Unione. In questo modo si supera il blocco della convenzione di Dublino e si possono suddividere le presenze. Inoltre bisogna facilitare ed allargare i ricongiungimenti famigliari.

2. Organizzare un sistema di accoglienza allargato, più capillare e leggero, e incalanare anche l’iniziativa che viene dal basso, dai cittadini e dalle organizzazioni della società civile, parrocchie. Abbiamo ascoltato l’appello che Papa Francesco ha lanciato domenica scorsa in cui ha chiesto ad ogni parrocchia europea di accogliere una famiglia di profughi.

3. Allestire delle accoglienze “sosta” per coloro che entrati in Europa debbono ricongiungersi alle loro famiglie o che comunque proseguono il loro viaggio. Lungo tutto il percorso dei profughi si possono pensare ed allestire dei piccoli campi come si fa in alcune situazioni di emergenza. Sarebbe opportuno creare dei  comuni  come  “città rifugio”.

4. Introdurre la sponsorizzazione per singoli e famiglie. È una prassi già utilizzata con successo da tanti anni in paesi come il Canada. Del resto in Italia esisteva questa possibilità, poi eliminata dalla legislazione. Il vantaggio di tale soluzione è che il percorso di accoglienza inizia già nei paesi di transito o di provenienza. È il vero modo di contrastare i trafficanti di uomini. Facilitare chi vuole aiutare ad aiutare. In questa direzione La Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola valdese hanno già avviato in via sperimentale un progetto autofinanziato di sponsorizzazione che, tra l’altro, prevede l’apertura di uffici in Marocco e in Libano. In questa prima linea di accoglienza si preparano i dossier dei profughi che saranno poi presentati alle ambasciate di alcuni paesi europei per il rilascio di visti per motivi umanitari, come già previsto dal regolamento europeo.

5. Sul medio termine è necessario rivedere tutto il sistema di asilo e di immigrazione europeo. La Germania, seguita dall’Austria, per loro iniziativa hanno già superato il sistema Dublino. Assecondare l’iniziativa dei singoli stati e superare e rivedere la convenzione di Dublino.

6. Aumentare la cooperazione nei paesi di provenienza dei profughi.

7. Lo dico in una frase ma è un impegno altrettanto importante:  impegnarsi nei processi di pacificazione nei paesi in guerra. La pace è la riposta più efficace, duratura, impegnativa che accanto all’accoglienza deve vedere l’Europa non più come soggetto irrilevante ma come protagonista.
 

#peaceispossible
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