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Uganda: Réportage dal Nord Uganda: dopo il "cessate il fuoco" torna la speranza nel paese. La nuova vita dei bambini adottati a distanza


 
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14/03/2007
Uganda
Réportage dal Nord Uganda: dopo il "cessate il fuoco" torna la speranza nel paese. La nuova vita dei bambini adottati a distanza 

 

 

Un gruppo di bambini adottati a distanza
in Uganda del Nord.

Nella foto è visibile il badge identificativo,
che ne attesta la registrazione
presso la Comunità di Sant'Egidio


Dal 26 agosto 2006 il Nord Uganda è cambiato. Dopo quasi 20 anni dall’inizio di un terribile conflitto che ha devastato tutti i distretti nella parte settentrionale dell’Uganda e ha travolto la vita di migliaia di bambini e giovani, il 26 agosto scorso è stato firmato a Juba, capitale del Sud Sudan, un accordo per la cessazione delle ostilità tra il Governo Ugandese e la Lord Resistence Army. Si tratta di un accordo ancora fragile, ma è la prima concreta speranza di pace per il Paese, ottenuto anche grazie al lavoro che da mesi vede impegnata nei Juba Peace Talks la Comunità di Sant’Egidio a sostegno del mediatore ufficiale: il Governo del Sud Sudan. Dall’accordo per la cessazione delle ostilità è scaturita una tregua che silenziosamente ha spazzato via la violenza dalle città e dai villaggi. Dai discorsi delle persone e dai loro volti il cambiamento si percepisce con chiarezza.

Si è più contenti, ci si sente più sicuri, la vita può tornare normale. Un esempio indicativo è la sicurezza nel viaggiare, negli spostamenti che fanno parte della vita di queste popolazioni. Le poche strade che attraversano il Nord Uganda, da anni tristemente note per la loro pericolosità, sembrano ormai sicure. Viaggiare ha rappresentato per anni una delle minacce più grandi. Si partiva con l’angoscia di essere attaccati lungo la via da gruppi di ribelli nascosti nel bush, di essere derubati e rapiti. Una delle strade più pericolose era quella che partendo da Gulu e attraversando il territorio che si estende a ovest del Nilo giunge fino in Sudan. Spesso i ribelli la percorrevano per raggiungere il Sud Sudan. Solo due anni fa ci fu un’efferata strage in un villaggio situato a pochi metri prima che la strada attraversi Adjumani, capoluogo dell’omonimo distretto. Numerosi sono stati gli episodi di imboscate e di uccisioni tanto da spingere il governo a impedire a qualunque veicolo o persona di percorrere quella strada senza la scorta di un convoglio militare. Da vari mesi il convoglio non è più necessario e il traffico sulle strade è ripreso piuttosto intensamente. Numerose sono le auto e i camion che da Gulu raggiungono Juba e viceversa. La Juba Road (che da Gulu conduce in Sud Sudan) rimasta bloccata per anni ora è percorsa da pullman, macchine uomini donne e bambini a piedi, e camion che trasportano merci e cibo. Viaggiare è il segno più evidente della vita normale che riprende. E anche noi abbiamo approfittato di questa situazione nuova per visitare i bambini adottati a distanza in zone prima quasi inaccessibili per gli occidentali.


I bambini di Gulu
A Gulu è molto diminuito il numero dei bambini che di sera si muovono dai villaggi per raggiungere il centro della città per cercare riparo durante la notte. Per anni, ogni sera, si è assistito all’esodo di centinaia di bambini, i cosiddetti night commuters. Anche in Occidente ci si è commossi di fronte alle immagini di questi bambini, si è parlato molto di loro anche se spesso in maniera rassegnata e impotente. Molti ragazzi hanno trascorso gli ultimi sei o sette anni, quindi tutta loro infanzia, come bambini pendolari nella notte. La maggior parte di loro sono orfani a causa della guerra e dell’AIDS. Non hanno nessuno se non i cosiddetti guardians, cioè parenti o vicini di casa che offrono loro qualcosa da mangiare, se c’è, e uno spazio dove dormire, spesso in cambio di lavori più o meno pesanti. La scuola non è un loro diritto. Negli ultimi mesi il numero dei night commuters è diminuito notevolmente, anche se resta il problema dei tanti orfani che non sono più minacciati dai ribelli ma vivono in stato di abbandono e con un futuro incerto. Un altro frutto importante dei Juba Peace Talks si è verificato nella vita delle migliaia di persone costrette a vivere nei campi profughi. Dopo aver vissuto anni senza la possibilità di coltivare o di allevare animali, ammassati in capanne, attendendo ore alla fila per l’acqua e per il cibo distribuito dalle agenzie internazionali, con la costante minaccia di essere attaccati di notte, ora gli abitanti dei campi profughi stanno tornando nei loro villaggi di origine per rifarsi una vita. Ora è possibile tornare perché la regione è più sicura.

Le adozioni a distanza a Gulu

Dal 2004 le adozioni a distanza sono state una risposta a questa situazione dolorosa causata dalla guerra alla vita di tanti bambini. Molti bambini night commuters sono stati adottati a distanza dalla Comunità per sostenerli nel dramma vissuto dal Nord Uganda negli ultimi venti anni. Con le adozioni sono venute tante risposte: innanzitutto la scuola, poi i pasti regolari e nutrienti, letti veri, vestiti puliti e medicine quando serviva. Inoltre la promessa e l’impegno di un sostegno per tutta la vita. Tra i tanti bambini incontrati, Edwin (tutti i nomi sono di fantasia), di 9 anni, ci ha ringraziato e mostrato con fierezza la sua pagella che è la migliore della sua classe! Daniel, di 5 anni, adottato quando ne aveva due ed era un bambino dallo sguardo triste, spesso malato per i problemi legati alla malnutrizione, oggi è cresciuto, sta bene, è ingrassato, e va all’asilo tutti i giorni. Stella, di 11 anni, mostra i suoi vestiti nuovi che una sua amica italiana le ha inviato insieme a una lettera. Charles e la sorella Mary giocano felici mentre fanno le foto da inviare alle loro famiglie adottanti. Charles frequenta il secondo anno della scuola primaria e sta imparando l’inglese. Insieme alla madre e a Mary è fuggito da una regione dell’ovest a causa della guerra. Paul, di 15 anni, giovane bambino soldato, che ha visto i suoi genitori uccisi dalla guerra, è ormai iscritto alle scuole superiori, parla bene inglese, veste molto bene, e chiede con affetto notizie della sua “famiglia italiana”. Martin, 11 anni, che ora non ha più bisogno di dormire nell’istituto che accoglieva i night commuters, è venuto perché ha saputo che lo aspettano un paio di scarpe nuove e una nuova uniforme per la scuola. Verso le sette di sera i bambini arrivano alla spicciolata. Ci sono alcuni bambini nuovi. Si mangia con gusto riso con pollo. Poi una festa con danze e canti prima di andare a dormire. La mattina ci si sveglia presto per fare la colazione e raggiungere puntuali la scuola. Alcuni dei bambini adottati da anni hanno quasi finito la scuola primaria e questo è un importante traguardo, soprattutto per le bambine.

Le adozioni a distanza nel West Nile
Le adozioni a distanza hanno anche raggiunto un orfanotrofio in un piccolo centro della regione del West Nile, una zona del Nord, meno nota di Gulu, ma che ha vissuto gli stessi problemi dall’inizio della guerra. Il capoluogo è Moyo. Per raggiungerlo bisogna percorrere la Juba Road e attraversare un breve ma bellissimo tratto del Nilo. Con la guerra era quasi impossibile raggiungere Moyo.

Nell’orfanotrofio del villaggio ci sono molti bambini profughi dal Sud Sudan (il confine è vicinissimo) e molti altri provenienti dai villaggi circostanti. Nell’orfanotrofio vi è una parte riservata ai bambini della scuola primaria, di cui trenta adottati dalla Comunità. In una parte della struttura sono accolti bambini dagli 0 ai cinque anni, circa cinquanta e presto cominceremo a sostenerli con le adozioni a distanza. A Moyo, a differenza che a Gulu, non ci sono sedi di ONG o di agenzie internazionali. Anzi la popolazione del West Nile non rientra nei progetti di aiuto della cooperazione o di altre organizzazioni invece piuttosto attive nel resto del Nord Uganda. Solo una fedele e “antica” presenza dei missionari comboniani fa eccezione. Una delle poche e incomprensibili tracce di una presenza internazionale è un tratto di strada (meno di un chilometro), rimasto incompleto e abbandonato, asfaltato qualche mese fa da una ditta cinese. Ora anche Moyo è raggiungibile con tranquillità. I bambini ci hanno accolto in festa mostrando fieri il loro badge che segnala la loro iscrizione al programma di adozione a distanza della Comunità di Sant’Egidio. Nei canti, numerose le preghiere e gli auguri di felicità come ringraziamento per il lavoro della Comunità. E’ stata una festa in cui i bambini erano i protagonisti.

La presenza della Comunità di Sant’Egidio garantisce uno spazio in cui i bambini sono aiutati, messi al centro, rispettati e trattati con dignità. Anche le adozioni a distanza veicolano questa attenzione per i bambini, in una società in cui la guerra ha generato tanti orfani e ha rapito tanti bambini per farne soldati. L’attenzione personale a ogni bambino, le preoccupazioni “esigenti” sulla salute e sulla vita di ogni bambino aiuta tanti a guardarli con occhi diversi. Le adozioni a distanza sono per tutti il segno e la sorpresa che quella terra periferica non è abbandonata e dimenticata. Si parla molto delle trattative di pace e con grande speranza. Si vede il mondo attorno a sé cambiare e farsi meno minaccioso. Infatti per molti bambini del Nord Uganda si è accesa una concreta speranza di crescere in un futuro di pace.

Rosa Sarracini

Adozioni a distanza


 

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Comunità di Sant'Egidio
lun-gio-ven h.9,30-13.30
Tel. 06.5814217

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