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27 Gennaio 2001

Genova - Cittadinanza Onoraria ad Andrea Riccardi

 
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Il 27 gennaio 2001 a Palazzo S.Giorgio, nel corso di una solenne cerimonia, è stata conferita la cittadinanza onoraria della città di Genova ad Andrea Riccardi, in riconoscimento della sua opera di pace e di dialogo che ha particolarmente coinvolto negli ultimi anni anche la città di Genova, restituendole la sua antica vocazione di città aperta all'incontro tra le culture.

Riportiamo qui di seguito il discorso pronunciato da Andrea Riccardi nel corso della cerimonia.

 

Genova, 27 gennaio 2001

Signor Presidente del Consiglio Comunale,
Signor Sindaco,
Eminenza,
Caro Presidente Soares
Signore e Signori,
Cari amici,

prendo la parola per esprimere la mia personale riconoscenza per il fatto che il Comune di Genova abbia voluto conferirmi la cittadinanza onoraria che da oggi mi lega a questa Città.

Questo gesto non è tanto un omaggio alla mia persona, quanto al lavoro della Comunità di Sant'Egidio qui a Genova, in Italia e nel mondo. Lo leggo in questo mondo e, per questo, esprimo una profonda riconoscenza anche a nome della Comunità di Sant'Egidio di Genova e di altri luoghi del mondo.

I miei legami personali con questa Città passano attraverso lo spessore -veramente notevole- dell'impegno della Comunità di Sant'Egidio con i più poveri, con gli anziani, con i senza fissa dimora, con gli zingari, con tante donne e uomini feriti dalla vita. La Comunità di Sant'Egidio è una porta aperta all'accoglienza e al sostegno di questa gente ferita dalla vita, che spesso trova invece tante porte chiuse o non ne riesce a trovare nessuna dove battere. Considero -lo ripeto- questa cerimonia un atto di stima per il lavoro di varie centinaia di amici di Sant'Egidio in questa Città. Grazie!

Ma, forse, c'è un particolare della mia piccola biografia che mi lega a Genova, quello che i miei genitori siano vissuti in questa Città sino a poche settimane prima della mia nascita, quando si trasferirono a Roma dove sono nato. Certo quella Genova del '49, così mi raccontavano mia madre e mio padre, era una Città segnata dalla guerra, ferita dai bombardamenti. Oggi, mezzo secolo dopo, si misura il grande cammino compiuto da questa Città e dal lavoro dei suoi abitanti.

Siamo infatti alla vigilia di un appuntamento importante, il Vertice "G 8", che porterà sulla Città l'attenzione della Comunità internazionale e precede di tre anni un altro appuntamento di rilievo, quando Genova diverrà "Capitale della cultura europea" per tutto il 2004. Questi avvenimenti dicono al mondo il significato di Genova, le sue capacità di accoglienza, il rilievo che la Città ha assunto.

Sono appuntamenti, il cui contenuto può essere discusso, ma che rappresentano per l'intera Città momenti di estroversione e di rilancio internazionale. Nell'attuale mondo globalizzato cadono le frontiere e riprendono vigore i poli di connessione -cioè le Città- in quella rete di comunicazione e scambio che la realtà di domani. Si rilanciano, cioè, le Città come porti non solo nel senso marittimo del termine, ma come poli di incontro, agorà dello scambio, terrazze su di un mondo senza confini. Tale è stata Genova, quando il porto sul mare significava il porto sul mondo. Ma oggi avviene di nuovo qualcosa di analogo: il valore di una città si misura sulla sua capacità di essere porto sul mare e soprattutto sul mondo, cioè di mettersi in relazione non solo con il mondo vicino, ma con il mondo lontano. Un tempo si trattava quanti giungevano attraverso le vie del mare; oggi siamo raggiunti per le tante imprevedibili vie della modernità in un nuovo sistema-mondo.

Una delle più belle pagine su Genova la si trova -a mio avviso- ne Il Gabbiano di Anton Cehov, il noto scrittore russo, proprio in un dialogo. Dorn afferma con sicurezza che Genova è la città straniera che più gli è piaciuta e ne spiega i motivi:

"Quando si esce, di sera, dall'albergo, tutta la strada è colma di gente. Poi te ne vai a zonzo, senza una mèta, di qua e di là, tra quella folla; vivi della sua vita; ti confondi a lei nell'anima; e cominci a credere che possa esistere una sola anima universale…"

Uno straniero vede sempre una città con occhi trasfigurati, ma spesso ne coglie le aspirazioni e la realtà più di chi ne vive il quotidiano con i suoi mille problemi e i tanti fastidi. Cehov sentiva che a Genova era possibile confondersi in un'anima universale. Era quell'anima universale che gli veniva dal guardare il mare attraverso il porto, dal guardare il mondo attraverso il porto. Non era una città ripiegata su di sé.

Anzi voglio ricordare che proprio da Genova è partita la prima nave di aiuti che la Comunità di Sant'Egidio ha inviato in Mozambico. L'Africa, del resto, non può essere considerata lontana proprio qui a Genova e sul Mediterraneo. Lo si voglia o no, l'Africa fa parte del nostro mondo e della nostra civiltà. Il suo destino non è così lontano dal nostro. L'interesse e la solidarietà per questo continente sono un interesse generale della nostra Europa. Il nostro futuro è legato sempre più al loro futuro. Solidarietà è anche un modo intelligente di guardare al domani di un mondo che è casa comune.

Oggi sappiamo bene che anche una città di terraferma può essere porto nel mare delle comunicazioni e degli scambi. Anzi oggi una città esiste se è un porto in questo mare contemporaneo della globalizzazione. Però tante nostre città italiane oggi vivono il rischio di chiudersi su di sé. Ma Genova ha scritto il porto nella sua storia secolare, nei suoi cromosomi e nel suo futuro.

Lo abbiamo sperimentato durante il convegno ecumenico che la Comunità di Sant'Egidio ha organizzato nel 1999 a Genova con l'Arcidiocesi, quando la Città ha mostrato il suo aspetto ospitale a cercatori di unità tra le Chiese e tra i popoli. E colgo l'occasione di ringraziare il card. Dionigi Tettamanzi per questa sua presenza che ci onora. Da quel convegno partì l'invito a che le Chiese "siano sempre più sorelle -così recita l'appello finale- perché i popoli siano fratelli".

L'identità di ogni Paese europeo si è fatta in maniera diversa. In quella italiana le Città hanno un ruolo peculiare, che poco è stato riconosciuto e coltivato. Ma è decisivo e Genova è una di quelle Città che fanno il Paese, la sua qualità di vita, il suo benessere, le sue relazioni.

Una Città del porto gioca la qualità della sua vita anche sull'ospitalità. Questa cittadinanza, oggi conferitami, manifesta -così mi pare- l'apprezzamento per il lavoro di Sant'Egidio teso a rendere più ospitale questa Città. L'ospitalità, infatti, è per noi una dimensione decisiva. Essa ha una chiara radice religiosa. Abramo, padre delle tre religioni che fanno riferimento a lui, ebraismo, cristianesimo e islam, è figura del credente che ospitò nella sua tenda quei tre stranieri che vide venire a lui nell'ora più calda attraverso il deserto. Ma anche il Vangelo di Giovanni parla della fede come accoglienza di Colui che era stato mandato.

E' da quella stessa fede che nasce quell'ospitalità profonda che è la carità: "ero straniero e mi avete accolto" -dice Gesù nel Vangelo. L'ospitalità è agli antipodi della chiusura della propria casa come una fortezza, ma è espressione del senso di responsabilità di chi costruisce, gestisce, apre la propria casa. Il lavoro sociale di Sant'Egidio è all'insegna di questo servizio ai feriti della vita, in città talvolta inospitali proprio verso chi è più debole. E' l'ospitalità verso quel mondo che rischia di essere emarginato dal flusso di una vita competitiva. E' l'espressione di quell'antica tradizione cristiana, garanzia di umanità in ogni stagione storica, per cui i poveri sono rimessi nel cuore della vita sociale: quella pietas che fa la qualità dell'esistenza di una comunità cittadina.

L'ospitalità ai deboli è connessa all'ospitalità al mondo, a questo nostro mondo globalizzato, senza frontiere, divenuto tanto grande. Il lavoro di Sant'Egidio per il dialogo tra le Chiese cristiane, tra le religioni e culture, si colloca a questo livello. Ne è stato espressione il lavoro per la pace in varie paesi, specie africani, tra cui il Mozambico. La pace in quel Paese è stata firmata a Sant'Egidio nel 1992, dopo una lunga trattativa e circa un milione di morti. In un mondo grande, l'interesse per il vicino si collega a quello per il lontano. Ormai il lontano si è fatto vicino nel flusso delle connessioni, tanto che lo vediamo sui nostri schermi.

Ma sono consapevole che, proprio in questo passaggio di secolo, ci sono reazioni profonde ad un mondo grande e anche invadente. Si tratta di quei fondamentalismi che troviamo non lontano da noi, come quello islamico. Ma mi pare di dover dire che sono anche i fondamentalismi razzisti, etnicisti, che si sono sviluppati nella recente guerra dei Balcani. Oppure si tratta del tragico antisemitismo. Ci sono pericolosi fondamentalismi nuovi e vecchi. Un mondo tanto largo, spesso con meccanismi inconsulti, fa risorgere le frontiere e le mura. Fa apparire l'altro un nemico e l'attenzione all'altro una pericolosa debolezza.

Il genio di un porto è, allo stesso tempo, una convinta identità e una capacità di accoglienza. L'ospitalità richiede il sereno e sicuro possesso di una casa. Un'identità cittadina e un'identità nazionale, profonde e mature, vivono di relazione e di ospitalità nel mondo moderno. Genova, con la sua tradizione culturale, rappresenta sempre più un prezioso giacimento da mettere in rete con il mondo intero. E' la rete della cultura, quella del mondo finanziario, quella della stessa immigrazione. E' quanto la Comunità di Sant'Egidio fa, per quel che può, portando il mondo a Genova, e portando Genova nel mondo. Scriveva un anonimo trecentista: i genovesi "ovunque vanno e stanno, un'altra Genova ci fanno". Perché questa Città non si merita un futuro provinciale, ma che sia uno dei centri europei che fanno la qualità del nostro Paese e del nostro continente.

Tanto fa la cultura di una città. Ne siamo convinti. Il servizio ai più poveri fa la cultura di una Città, come le iniziative ecumeniche e di scambio culturale. Su queste due direttive la Comunità di Sant'Egidio lavora e non da oggi a Genova e in altre importanti città italiane.

Mi sono permesso di far cenno all'immigrazione, un tema che ci vede impegnati nelle scuole per emigrati, nelle mense, nell'accoglienza, nel rapporto personale con gli emigrati stessi. Varie decine di migliaia di emigrati sono passati, negli anni, attraverso i nostri ambienti. Li conosciamo nelle loro aspirazioni, nei loro sogni, nei loro dolori.

L'immigrazione è un tema che scalda gli animi spesso facendo assumere non poche volte alcune posizioni strumentali o poco ragionate. Oggi il tema dell'immigrazione non può essere trattato in maniera superficiale. Riveste, a mio avviso, quell'importanza che nella prima metà del Novecento avevano le questioni territoriali o di confine: del resto si tratta di nuovi cittadini che entrano nel nostro Paese, anche se non di territori. Gli emigrati rappresentano l'accoglienza di una spinta migratoria dall'Est o dal Sud, ma pure rappresentano un bisogno della nostra società e della nostra economia.

Un tempo le grandi questioni nazionali, come quelle territoriali, erano sottratte al dibattito di parte, perché cariche di conseguenze sull'interesse nazionale. Il mio auspicio è che, nella ricchezza di dibattiti -per altro naturale e positiva- della prossima campagna elettorale, il tema dell'immigrazione sia sottratto ad un uso strumentale, come in una moratoria che riguarda un problema tanto vitale sotto diversi profili. Perché sia affrontato in una maniera capace di tener conto dei tanti profili della questione.

Il valore di una democrazia non è solo nel grande dibattito elettorale, ma nella coscienza di un comune interesse democratico e nazionale. Per questo mi permetto di dire la mia gratitudine al dottor Mario Soares, già presidente della Repubblica del Portogallo, che mi ha fatto l'onore di prendere la parola in questa manifestazione. Ne sono onorato per la stima e per l'amicizia che mi lega all'ex presidente portoghese. Mario Soares ha lottato per decenni contro il regime autoritario di Salazar, pagando un prezzo molto alto ma pure esprimendo quella serena fermezza tipica del suo carattere e del suo stile politico. Il dottor Soares ha pure dato un contributo molto grande -ed è meno noto in Italia- al suo Paese proprio nei primi passi della democrazia, quando ha evitato che, dopo il lungo regime autoritario, la neonata democrazia portoghese finisse nelle secche di una politica autoritaria di altro segno. Il Portogallo democratico, di cui Soares è il massimo artefice, rappresenta un modello di medio Stato europeo che ha saputo vivere la sfida contemporanea di un mondo largo e ha saputo affermarsi con una sua propria personalità.

Ringrazio il presidente Soares di aver accettato l'invito del Comune di Genova e ringrazio il Comune di averlo voluto tra di noi questa sera, ricreando quell'intreccio di dialogo tra laici e credenti, che sta a cuore a lui e a noi. Infatti la sua laicità umanista, se così posso dire, rappresenta una preziosa tradizione spirituale della nostra Europa. E' una tradizione con cui noi credenti sentiamo di dover entrare in dialogo.

Una Città si fa non solo di lavoro, di commercio, di politica, ma ha anche un'anima. Non lo dice il credente. Ma vorrebbe dirlo prima tutto l'osservatore imparziale della realtà. L'anima, la vita spirituale, il mondo delle motivazioni e dei valori, la vita di fede, fanno parte delle realtà non di meno delle cose che possono essere quantificate, vendute, costruite o demolite. Se si espunge quest'anima, la vita di una Città è unilaterale, meno realista, meno completa, meno umana, meno attraente. L'anima fa parte della realtà stessa di una comunità umana e non solo di un'esistenza.

Più si apre una città, più è ospitale, più diviene luogo di scambi e di incontri, più deve trovare un'anima, perché altrimenti finisce in uno squallido supermercato. Ci sono tanti tipi di anima. Una poetessa, Patrizia Cavalli, in un suo recente libro parla di "anima salotto" o di "un'anima quieta che resta nella stanza": ma forse c'è anche un'anima come un porto e sotto una lanterna.

Una Città come Genova ha portato nella sua anima e nella sua cultura il riflesso del grande mondo che ha incontrato sulle sue rotte. Lo scrittore francese, Gustave Flaubert, arrivando a Genova nel 1845, sentiva sapore di Istanbul: "Il faro della Lanterna, come un minareto, dà all'insieme qualche cosa di orientale e si pensa a Costantinopoli". La storia di una Città è sempre quella dei suoi affari, della sua politica, ma anche quella di un'anima e di una cultura. Sono molto contento di essere associato, come cittadino onorario, all'avventura di questa "nostra" -se posso dirlo- Città, che si affaccia ad essere uno dei luoghi più qualificanti del livello di vita del nostro Paese nel secolo che si è aperto.

 

Riportiamo qui di seguito il discorso pronunciato da Mario Soares nel corso della cerimonia.

 

Senhor Síndico de Génova, Giuseppe Pericu
Senhor Cardeal Dionigi Tettamanzi, Eminência
Senhor Presidente da Autoridade Portuária de Génova
Senhor Professor Andrea Riccardi
Minhas Senhoras e meus Senhores,

É, para mim, extremamente honroso o convite que me foi feito para participar e usar da palavra na cerimónia solene de atribuição da "cittadinanza onoraria" de Génova ao ilustre Professor Andrea Riccardi, meu muito admirado amigo. Em particular, neste histórico salão do Palácio de San Giorgio, na belíssima cidade de Génova, de tão grande tradições marítimas e, por isso, ligada há séculos a Portugal e na presença de tão distinta assistência. É uma honra enorme, com efeito, só empalidecida pela circunstância de não poder, para tanto, exprimir-me na língua tão harmoniosa de Dante.

Sou há bastantes anos admirador de Andrea Riccardi, cujo percurso universitário, espiritual, humanitário e de grande amigo da paz - percurso excepcionalíssimo - tenho acompanhado em detalhe e com o maior apreço. Mas isso não me impede, seguramente, de ser objectivo.

Para além de tudo o mais, Andrea Riccardi é uma figura humana de grande qualidade, convívio fácil, cativante, com um imenso sentido de humor e de alegria e uma aptidão natural para compreender os outros e fazer o bem, que só as consciências muito bem formadas possuem. Foram esses dons espontâneos, de percepção imediata, que me impressionaram tão fortemente em Andrea, desde o nosso primeiro encontro em Assis, "Religiões e Culturas", sob a invocação tutelar do espírito do "Poverello", no começo dos anos noventa. De resto, o meu Pai era franciscano e as obras de São Francisco existiam em minha casa em profusão. Figura de referência, o exemplo de São Francisco era frequentemente lembrado. Por isso, apesar de eu próprio não ser católico e de me considerar agnóstico, nunca deixei de ter uma enorme atracção pela figura humaníssima de São Francisco por ter atingido, julgo, um dos cumes da espiritualidade, da compaixão pelos outros e do desprendimento de si próprio, de todos os tempos.

A vida, o pensamento e a obra do Professor Andrea Riccardi estão de tal forma entrelaçadas que não são facilmente separáveis: representam um todo único e coerente. O ilustre Professor da Universidade de Roma, especialista de história contemporânea e de história da Igreja nos séculos dezanove e vinte, o académico, o intelectual e o homem de acção - não são dissociáveis do cidadão fortemente empenhado em melhorar a vida, dos excluídos, dos marginalizados e de gente mais pobre e carecida da cidade de Roma - com a qual convive partilhando as suas dores, angústias e dificuldades - nem, obviamente, do fundador da Comunidade de Santo Egídio.

Como escreveu no seu livro "Santo Egídio, Roma e o Mundo": "Nos anos setenta o modelo de Francisco de Assis parece-me muito importante. Pus-me a ler as "Fonti Francescane". Desloquei-me com frequência à Umbria (...) Identifiquei-me com esse pequeno mundo, fui a Assis. Foi então que verdadeiramente encontrei Francisco". E adiante: "São Francisco é um importante companheiro de percurso, sobretudo porque se pretendia leigo, vivendo no meio de todos, na humildade, como "menor" entre os menores. São Francisco é o Evangelho "sine glossa", a amizade com os pobres e, nos últimos anos, o diálogo com o Islão, em Damieta, ao recusar a lógica do inimigo que caracteriza o espírito de cruzada. Francisco de Assis e a sua história demonstram muito bem como o Evangelho pode ser fonte de renovação da vida cristã".

Eis neste breve texto, tão singelo e luminoso, inserto do seu citado livro autobiográfico, como o Prof. Riccardi define e justifica as grandes direcções do seu percurso pessoal e do caminho que vem seguindo a Comunidade de Santo Egídio, que fundou: a aproximação com os pobres e uma vivência sincera das dificuldades dos mais humildes e carenciados; o Evangelho como bússola, inspiração e guia da acção moral; o diálogo com os outros, no respeito pelas diferenças, pessoais e culturais, e no esforço de os entender, tais como são, e de os persuadir a preservar nos caminhos da paz; a paz com os mais próximos, a paz social; e a paz, não só como ausência de guerra mas também como assunção do diálogo entre diferentes, da tolerância e da justiça, como forma de superar os conflitos. São estas, se bem compreendo, as grandes linhas do seu pensamento de cristão empenhado na evangelização, no diálogo ecuménico e na mediação de conflitos, e também da natural acção que desenvolve na sua qualidade de presidente da Comunidade de Santo Egídio.

A obra do historiador Andrea Riccardi é vasta é reconhecida pela sua qualidade intrínseca e pela excelência da investigação que a sustenta. Mas a sua obra, no quadro da acção e dos serviços prestados ao outros à Igreja e à paz, pela Comunidade de Santo Egídio, é ainda mais original e assinalável.

Comecei a ouvir falar na Comunidade de Santo Egídio quando, em sucessivos encontros nas modestas instalações de Trastevere, promoveu o diálogo entre a FRELIMO e RENAMO, os dois partidos que faziam a guerra em Moçambique. Como português, conhecia bem a situação naquele país irmão de Portugal, com um post-independência excepcionalmente complexo e infeliz. Daí poder talvez ter apreciado melhor o trabalho realizado pela Comunidade de Santo Egídio para chegar à paz. Tratava-se de pôr termo a uma guerra civil cruel, prolongada, sem solução à vista, que, quase sem interrupções, se tinha, por assim dizer, substituído à guerra colonial, que durara onze longos anos e causara milhares de mortos. Os representantes da Comunidade de Santo Egídio, com destaque para Andrea Riccardi, o Senhor Bispo D. Vincenzo Paglia e D. Matteo Zuppi - entre outros - com uma paciência verdadeiramente evangélica e um sentido diplomático excepcional, conseguiram convencer os representantes dos dois partidos em guerra, roídos por ressentimentos e ódios velhos, a sentar-se à mesa das negociações, um a ouvir as razões do outro e, finalmente, a chegarem a um acordo razoável, tendo como objectivo a realização de eleições sérias e o estabelecimento da paz. Foi uma vitória do bom senso e da inteligência, construída no respeito das diferentes etnias, que tem dado apreciáveis frutos. Moçambique começou desde então a levantar cabeça. A paz, que reina agora em Moçambique, ainda que precária, tem sido uma benção par aquela terra devastada por infindáveis conflitos e, mais recentemente, atingida por muito sérias calamidades naturais. A verdade é que Moçambique se tem mantido em paz, nos últimos anos, sendo um exemplo para a Região, apesar de dificuldades políticas recentes, que subsistem.

A mediação de Santo Egídio em Moçambique constituiu, sem dúvida, um grande sucesso, internacionalmente reconhecido, e um bom exemplo a seguir por outros países. A comunidade tentou, depois, uma corajosa mediação na Argélia, entre as forças armadas, os partidos políticos e os islamistas, mais ou menos impregnados de fundamentalismo. A dificuldade da situação da Argélia é conhecida da ONU e dos meios internacionais. É complexíssima. Não admira, assim, que o sucesso da intervenção da Comunidade de Santo Egídio na Argélia tenha sido menor apesar do êxito da chamada "Plataforma de Roma". O mesmo sucedeu na Guatemala, no Sudão, no Burundi e no Kosovo. Situações de uma dificuldade extrema. Outros países esperam, de resto, os bons e experimentados ofícios da Comunidade, que tem créditos justamente firmados em matéria de contenção, mediação e resolução de conflitos. É uma especialidade nova - e tão necessária! - no âmbito das relações internacionais, em que a Comunidade de Santo Egídio tem sido - e muito bem - pioneira. Para não fugirmos de África, os amigos sinceros de Angola e dos Congos - bem como dos países da Região dos Grandes Lagos - bem gostariam que a Comunidade pudesse intervir, positivamente, em tantos conflitos que se eternizam e renovam, chegando os observadores a pensar tratar-se de uma única grande guerra internacional que tem a ver com o realinhamento geo-político da África Central e Austral.

Mas não tem sido, só no domínio da prevenção e mediação de conflitos que a Comunidade de Santo Egídio tem sido pioneira. Também o é na promoção do diálogo ecuménico, tal como o desejou Sua Santidade o Papa João Paulo II, entre representantes qualificados de diferentes religiões e ainda entre crentes e não crentes, abrindo o caminho para um melhor entendimento e para a paz.

Tive a honra de participar em alguns desses históricos encontros, em Assis, Pádua-Veneza, Roma e, recentemente, em Lisboa. Posso testemunhar, portanto, acerca da invulgar qualidade dos participantes, da espiritualidade que envolve e preside aos debates, das relações que se tecem entre pessoas vindas de horizontes diferentes e dos caminhos que por aí se abrem para o diálogo e a paz.

O último encontro, realizado em Lisboa no verão passado, intitulado "Oceanos de paz, religiões e culturas em diálogo", que o Professor Andrea Riccardi abriu e encerrou com inesquecíveis intervenções, teve, entre tantas outras, a notabilíssima participação do Patriarca de Lisboa, D. José Policarpo, recentemente elevado à dignidade cardinalícia. O Cardeal D. José Policarpo é um homem excepcional, com grandes afinidades com o Prof. Andrea Riccardi. Aproveitou, assim o encontro de Lisboa para no velho Largo de São Domingos - no preciso local em que se realizaram os autos de fé feitos pela Inquisição, onde, até meados do século XVIII, foram queimados tantos judeus e "hereges", pelo que hoje chamaríamos meros delitos de opinião -pedir desculpa, em nome da Igreja Portuguesa, pelos crimes de intolerância e de violência cometidos em nome da fé. Foi uma página importantíssima que se virõu então na história portuguesa, essencial para a pacificação e consolidação democrática de uma sociedade civil pluralista que hoje, em Portugal, conta com a coexistência dialogante de diferentes confissões religiosas. Ficámos a dever esse acontecimento memorável - e não o esquecemos - à Comunidade de Santo Egídio e, em especial, a Andrea Riccardi.

Senhoras e Senhores,

Teria muito mais a dizer em louvor do Prof. Andrea Riccardi e da sua prestimosa actividade, como pessoa humana e como Presidente da Comunidade de Santo Egídio. No que se refere à sua acção evangélica, junto e em favor dos pobres, por exemplo. Mas entendo não ser a pessoa mais indicada para o fazer. Os aspectos que referi, com a brevidade possível, a que me obriga uma cerimónia deste tipo, são suficientes.

Sinceramente - e com toda a humildade -penso que a cidade de Génova, com toda a sua imensa história e tradições, se honra singularmente com a concessão da "cittadinanza onoraria" ao Professor Andrea Riccardi. Mas o Professor Riccardi também se honra, seguramente, com a alta distinção que lhe é concedida pelo Senhor Síndaco de Génova, em nome da cidade que representa, na presença tão significativa de Sua Eminência o Cardeal D. Dionigi, do Senhor Presidente da Autoridade Portuária de Génova e de tantos dos seus Amigos e admiradores.

Muito obrigado.

Génova, 27 de Janeiro de 2001

 

       

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