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8 Settembre 2014 | ANVERSA, BELGIO

Martiri dei nostri giorni: seme di riconciliazione. Un minuto di silenzio dei partecipanti al convegno per le suore saveriane uccise in Burundi

 
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Siria, Ucraina, Nigeria, la Romania comunista, il martirio di mons. Romero in Salvador: molti i luoghi di dolore di cui i testimoni presenti ad Anversa hanno parlato.

Eppure, insieme, oggi hanno voluto innanzitutto stringersi intorno al dolore della congregazione delle Saveriane (presenti al convegno con una inviata) per la morte tragica delle loro consorelle in Burundi. E qui ad Anversa è presente anche il pastore Juvénal Nzosaba, dell’Unione delle Chiese Battiste del Burundi, il paese in cui le tre suore saveriane svolgevano la loro missione, che ha condannato l`ignobile atto "contro missionari della Chiesa Cattolica le cui opere sono apprezzate da tutti". È poi seguito un commosso minuto di silenzio tra i presenti. Testimoni disarmate le suore saveriane, in quel paese africano, come i tanti uccisi in questi anni.

E proprio dalla domanda di come essere testimoni durante quella che il Papa ha chiamato terza guerra mondiale, si è mossa la discussione di questa mattina nel panel “I martiri nei tempi presenti” dell’incontro interreligioso organizzato ad Anversa dalla Comunità di Sant’Egidio.

Secondo l’arcivescovo siro-ortodosso Kawak «anche in mezzo alla violenza il credente deve professare la fede con dolcezza e rispetto, segni della vera forza, come ci insegna il perdono dato ai persecutori da tanti martiri». La sua Chiesa ha subito un genocidio durante la Prima guerra mondiale, quello del Sayfo (Spada), quando mezzo milioni di siriaci furono uccisi dai turchi. «E oggi – ha detto – non sono martiri i cristiani cacciati da Mosul e dalla Valle di Ninive? Non lo sono le donne vendute come schiave e a cui è rubato il futuro? Sono le pecore condotte al sacrificio di cui parla la Scrittura».

Il cardinale nigeriano Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, pensa ai cristiani in pericolo nella sua diocesi per gli attacchi dei gruppi islamisti: «Il problema è l’esclusivismo, l’accettazione solo di chi è uguale a sé». Dall’Ucraina, il vescovo ortodosso Nikolaj ha portato la testimonianza della Chiesa di Kiev, impegnata nell’aiuto ai profughi: «La Chiesa unisce persone assolutamente diverse e noi tutti siamo familiari e infinitamente vicini l’uno all’altro. Custodiamo il principale tesoro dell’Ucraina: la pace interreligiosa e interecclesiale. Non esistono guerre giuste, i cristiani devono mantenere una distanza interiore da uno Stato che desiderasse rafforzare il patriottismo con simboli cristiani, non devono cedere al delirio patriottico o nazionalistico».

Don Angelo Romano della Comunità di Sant’Egidio, rettore della Basilica di San Bartolomeo all’Isola di Roma, ha ricordato Suor Leonella Sgorbati, uccisa il 17 settembre di otto anni fa in Somalia all’uscita dell’ospedale di Mogadiscio: «Era accompagnata dal suo autista somalo, Mohammad, musulmano e padre di quattro figli, che vide giungere l’assassino e, per difenderla, corse a coprirla con il suo corpo, morendo lui per primo. Suor Leonella, morì poco dopo ripetendo “perdono, perdono”. Questa storia disegna un’icona di come dovrebbero essere i rapporti tra cristiani e musulmani, amarsi l’un l’altro al punto da dare la vita gli uni per gli altri».

Il vescovo romeno Virgil della Chiesa greco-cattolica ha sottolineato come, durante i regimi comunisti, la persecuzione abbia unito credenti di diverse confessioni cristiane, che si sorreggevano l’un l’altro: «Nelle prigioni e nei campi di lavoro, tutti erano fratelli; ricordo un battesimo celebrato da un prete ortodosso con due assistenti cattolici».

Monsignor Jesus Delgado, vicario generale di San Salvador e segretario di Romero, ha ricordato come il vescovo ucciso sull’altare nel 1980 «aveva paura e più volte lo aveva manifestato. Non moriva per eroismo, ma per adempiere ai suoi doveri di cristiano». Delgado ha accostato questa figura a William Quijano, definito «discepolo di Romero» e «primo martire di Sant’Egidio». William era un giovane della Comunità di Sant’Egidio ucciso dalle maras, bande violente che coinvolgono 100mila persone in San Salvador. «Ha attratto – ricorda il vescovo – molti giovani e bambini alla Scuola della Pace. La sua vita testimonia che si può fare il bene, vivere in modo pacifico e solidale anche in mezzo alla violenza cieca, alla morte e alla mancanza di pietà. Aveva scelto di stare dalla parte dei poveri, mischiando giorno per giorno la propria vita con il Vangelo».


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