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3 Aprile 2014

Africa: La lezione del Ruanda a 20 anni dall'eccidio

Costruiamo una cultura del vivere insieme perché non si ripeta nulla di simile

 
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Sono passati vent`anni dal genocidio in Ruanda. Proprio il 6 aprile 1994 venne abbattuto l`aereo del presidente Habyarimana da parte degli estremisti hutu. Era l`inizio del massacro durato sino alla metà di luglio dello stesso anno. Cento terribili giorni: più di un milione di vittime, in larga parte tutsi, su una popolazione di poco superiore a sette milioni. Fu il genocidio dei tutsi. Li si voleva sradicare e distruggere.
In quei giorni la Radio Mille Collines e altre stazioni private martellavano la popolazione con messaggi di morte e istruzioni agli Interahamwe, le squadre assassine. Bisognava uccidere! Fare presto! Le truppe ruandesi appoggiarono quel massacro sistematico. Fu un`ubriacatura collettiva di odio assassino.
Gli hutu, vissuti normalmente in buoni rapporti con le famiglie tutsi, all`improvviso si scagliavano contro i vicini di etnia diversa e li uccidevano. I bambini hutu e tutsi avevano giocato insieme fino a quel momento. Poi si aprì un abisso. Persone normali si trasformarono in assassini, spronati da una propaganda folle. La convinzione tra gli hutu era che si doveva eliminare i tutsi per non essere eliminati da parte loro. Era una convinzione insensata, pagata con la vita di centinaia di migliaia di persone e con cento giorni di terrore.

UNA FEDE SMENTITA DAI FATTI. Questo genocidio è avvenuto nel cuore dell`Africa, in un Paese molto cattolico (lo è circa l`80 per cento dei cittadini). Intanto a Roma si stava tenendo il Sinodo dei vescovi africani sull`evangelizzazione: quel genocidio è stato una vera smentita del cattolicesimo del Paese. Giovanni Paolo II denunciò, implorò, ma invano. Hutu e tutsi sono cattolici. E non differiscono in niente, nemmeno nella lingua. Un hutu (assassino) ha raccontato: «Una volta abbiamo scovato un gruppo di tutsi tra i papiri. Aspettavano i colpi di machete pregando... li sfottevamo sulla bontà del Signore, scherzavamo sul paradiso che li attendeva».

Ho visitato il Kigali Memorial Centre: ho visto le bare degli uccisi assieme alle immagini di tanti orrori. Si leggono i nomi dei bambini tutsi assassinati, con notizie sui loro giochi e i loro gusti. Sono sopravvissuti 400.000 orfani. Intere famiglie sono state distrutte. La vittoria di Kagame ha fermato il genocidio e avviato il Paese alla stabilità. Si percepiscono ancora le gravi ferite.
Il 6 aprile non è solo un giorno di memoria ufficiale, ma un profondo lutto nazionale, dietro cui si percepisce la domanda: può accadere di nuovo? La storia è talvolta piena di amare sorprese. Bisogna prevenirle, costruendo una vera società del vivere insieme. Non solo in Ruanda, ma ovunque.


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