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04/12/2016
Liturgia della domenica

Preghiera ogni giorno


 
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19 Settembre 2016 17:00 | Sacro Convento, Sala Papale

Intervento di Walter Kasper



Walter Kasper


Cardinale, Presidente emerito del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani, Santa Sede

Sua Santità, 

Per me è un grande onore e personalmente una grande gioia rivolgerLe da parte mia e di tutti i presenti i più sinceri auguri di felicità e benedizione in occasione del 25mo anniversario della Sua intronizzazione sulla veneranda cattedra dell’apostolo Andrea e quale Primate d’onore delle Chiese ortodosse di tutto l’ecumene, cioè di tutto il globo terrestre. 
Noi gioiamo e ci felicitiamo innanzitutto con un caro amico di lunga data. Già da giovane diacono Lei è venuto a Roma, studiando come borsista del Pontificio consiglio per l’Unità all’Università Gregoriana e all’Istituto orientale, imparando a conoscere e a stimare la Comunità di Sant’Egidio. 
In seguito Lei si è recato frequentemente dalla Nuova Roma all’antica Roma, e anche qui ad Assisi, per prendere parte ad incontri per la pace. Ha sempre cercato l’incontro personale con Papa Giovanni Paolo II, Papa Benedetto XVI e ora con Papa Francesco e insieme a loro ha pregato per l’unità di tutti i cristiani e per la pace nel mondo in solenni cerimonie. È stato il primo Patriarca ecumenico a partecipare di persona ai funerali di un Papa nel 2005 e all’insediamento di un Papa appena eletto nel 2013.
Di contro noi abbiamo potuto sperimentare spesso la Sua generosa e calorosa accoglienza al Patriarcato Ecumenico. Penso in particolare alle visite di Papa Giovanni Paolo, Papa Benedetto e Papa Francesco e anche alle mie personali visite per dieci anni in occasione della festa di S. Andrea. Con particolare commozione ricordo la consegna delle reliquie di Giovanni Crisostomo e di Gregorio di Nazianzo nel 2005. Sono santi che veneriamo come testimoni della Chiesa indivisa del primo Millennio e come nostri comuni Dottori della Chiesa.
 
 
I. 
Sulle radici di questa comune tradizione del primo Millennio, dal primo giorno del Suo venerabile incarico Lei si è posto nel solco del Suo grande predecessore, il Patriarca Athenagoras, di cui Lei è stato uno stretto collaboratore. Con l’incontro con Papa Paolo VI a Gerusalemme il 5 e 6 gennaio 1964, come lui stesso ebbe a dire, un nuovo giorno è sorto dopo la lunga notte della divisione e dopo secoli di silenzio e di attesa nel rapporto tra Chiese d’Oriente e di Occidente, tanto che sotto il suo immediato predecessore, il Patriarca Demetrio, dal 1980 è stato possibile un dialogo teologico ufficiale. Lei, Santità, ha sempre accompagnato questo dialogo con grande interesse e personale benevolenza e con molto tatto nelle situazioni difficili ha sempre aiutato a superare tornanti complicati con grande destrezza quale pontefice, cioè quale costruttore di ponti. 
Nell’incontro con Papa Francesco in occasione del suo insediamento Lei ha dichiarato: “All’unità delle Chiese cristiane è rivolta la nostra prima preoccupazione, ed essa è senza dubbio uno dei presupposti fondamentali per la credibilità della nostra testimonianza cristiana agli occhi di coloro che ci sono vicini e di coloro che ci sono lontani… è un dialogo nell’amore, nella verità e nella mitezza, condotto con le armi della verità.” Nella dichiarazione comune con Papa Francesco in occasione della visita per la festa dell’apostolo Andrea nel 2014 ha espresso nuovamente il desiderio di proseguire nel cammino comune allo scopo di superare con amore e fiducia tutti gli ostacoli che ci separano.”
In questo compito ci ha molto aiutato il Metropolita di Pergamo, Joannis Zizoulas, uno dei grandi ed esimi teologi contemporanei. Nei colloqui personali con lui eravamo tra di noi abbastanza vicini all’unità. Ma l’unità della Chiesa dipende – grazie a Dio – non solo da noi teologi. Non siamo così pessimi come riteneva il Patriarca Athenagoras, che una volta avrebbe detto che si sarebbero dovuti prendere tutti i teologi e rinchiuderli in un’isola, dando loro solo aringhe e niente acqua e così al massimo in capo ad una settimana avrebbero trovato vie per l’unità.  Ma un Patriarca, proprio come un Papa, deve far salire possibilmente tutti con sé sulla barca, nella quale, proprio come nell’Arca di Noè, si trovano compagni di viaggio molto eterogenei. La traversata durerà per questo certamente più di quanto all’epoca il Patriarca Athenagoras e Papa Paolo VI avessero pensato e sperato. 
Lei, Santità, è stata sufficientemente realistica da sapere che uno scisma che presto avrà mille anni può essere superato solo col lungo respiro e con gradualità nello spirito di conversione e di riconciliazione. Abbiamo superato molte incomprensioni, abbiamo messo in luce la comune confessione nel Dio della Trinità, la comune confessione nell’unico battesimo e l’importanza centrale dell’eucaristia. Anche nel tema così difficile del primato di Roma abbiamo quantomeno raggiunto un ravvicinamento. 
Tutti questi risultati attendono di essere recepiti, approfonditi e concretizzati. È qualcosa che non può essere imposto, è un’opera dello Spirito Santo per la quale noi possiamo pregare incessantemente. 
Ma, come Lei, siamo certi che l’unità sia un comando del Signore e una risposta ai segni dei tempi in un mondo sempre più unito e al contempo profondamente lacerato, attraversato da molti conflitti. Questa unità non comporta alcun assorbimento, né alcun annacquamento o appiattimento, ma è quell’unità nella diversità riconciliata, di cui ha parlato ripetutamente Papa Francesco nella sua visita al Fanar.
È stata riportata una frase che Lei avrebbe pronunciato durante un colloquio in occasione di tale visita, che anche se non fosse vera sarebbe comunque ben congegnata: “Nel 2054 saranno mille anni dallo scisma. Molti di noi, tra cui io e molte persone più giovani, ci aspettiamo che nel 2054 non ci sia più alcuno scisma”. 
 
II. 
Il ravvicinamento tra Est e Ovest presuppone che ci siano partner che si incontrano, che parlino la stessa lingua. Tale sinfonia delle Chiese ortodosse è affidata da ben 25 anni a Lei, Santità, in maniera tutta particolare nella sua qualità di Patriarca ecumenico, e ha richiesto tutta la sua energia. 
Quando ha assunto l’incarico di Patriarca Ecumenico nel 1991, erano da poco caduti il Muro di Berlino e la cortina di ferro tra Europa occidentale e orientale. Le Chiese ortodosse dell’Europa dell’Est, che avevano sofferto per 70 o per 40 anni sotto il giogo della violenza sovietica, avevano recuperato la loro libertà e potevano riprendere apertamente la koinonia della fede e die sacramenti, che le unisce. 
Non è stato un compito facile quello che Lei ha dovuto assolvere. Infatti già la rivoluzione di Ottobre in Russia nel 1917 e poi gli sconvolgimenti politici seguiti alla Prima guerra mondiale hanno significato la fine della vecchia Europa così come hanno suggellato la fine dell’Impero ottomano. Questo ha comportato un cambiamento enorme per la situazione delle Chiese ortodosse in Russia, nella Turchia, come in tutta Europa. I movimenti di popolazione dopo la Seconda guerra mondiale hanno esacerbato il problema. In Europa, nelle Americhe, in Oceania, e anche in Africa nera e in Asia orientale è sorta una diaspora ortodossa con molte metropolie. Questo ha comportato problemi con le Chiese madri, e tra le Chiese tra di loro, problemi che hanno messo duramente alla prova il Patriarcato ecumenico, come è ben comprensibile. Il rapporto tra Chiese ortodosse e Chiesa cattolica da allora non è più un problema tra Oriente e Occidente, ma è nel senso etimologico del termine un problema ecumenico, cioè universale. 
Già all’inizio del secolo scorso il Suo predecessore Gioacchino III ha previsto con lungimiranza tali problemi e ha per questo sollecitato un concilio panortodosso, la cui preparazione è stata al centro di tutte le Sue preoccupazioni dopo la fine del conflitto Est Ovest. La Chiesa cattolica ne ha accompagnato il processo di preparazione con simpatia e grandi speranze. Vorrei ricordare a tal proposito il Metropolita Damaskinos Papandreou, deceduto nel 2011, che in qualità di direttore del centro ortodosso di Chambésy nei pressi di Ginevra ha avuto il grande merito di predisporne la preparazione. Era legato al professore, poi cardinale Joseph Ratzinger e infine Papa Benedetto XVI da una profonda amicizia personale e anche io ricordo con affetto la visita che mi fece a Roma quando era già gravemente malato. 
 Negli ultimi mesi abbiamo seguito con grande interesse gli ultimi preparativi e poi lo svolgimento di questo primo grande e santo Concilio panortodosso dei tempi recenti dal 18 al 26 giugno 2016 a Heraklion. Abbiamo apprezzato la Sua pazienza, ma anche la Sua tenacia e la destrezza con cui è riuscito a portare avanti l’assemblea conciliare nonostante le grandi difficoltà interne. 
Dal punto di vista ecumenico avevamo atteso, e senz’altro anche Lei, qualcosa di più. 
Ma il Concilio si è comunque espresso, contro le forti resistenze interne, apertamente per la cooperazione nel movimento ecumenico. Nell’assise finale, il 26 giugno, Lei ha confessato apertamente la sua fiducia nell’ecumenismo: “Tutti noi abbiamo sottolineato l’importanza vitale del dialogo con le altre confessioni cristiane”. E guardando gli osservatori delle altre Chiese cristiane: “Nel nome di tutte le nostre Chiese sorelle ortodosse, dei primati delle Chiese autocefale ortodosse e di questo grande e santo Concilio vi preghiamo di trasmettere i nostri saluti e il nostro amore alle Vostre Chiese e organizzazioni ecclesiastiche”. 
Già solo il fatto della convocazione di un Concilio panortodosso è stato un evento epocale dal quale molti sperano che possa inaugurare un processo conciliare duraturo tra le Chiese ortodosse, che sia cioè un inizio e non una conclusione per confrontarsi con le domande del mondo di oggi e dell’ecumene. Possa lo Spirito divino accompagnarne il processo di recezione e la sua continuazione. 
 
III.
Una delle più importanti affermazioni del Concilio panortodosso è stata quella che la Chiesa non sussiste per se stessa, ma per gli uomini del nostro tempo. Lei, Santità, ha affrontato uno dei problemi fondamentali nostro tempo, la questione ecologica, fin dall’inizio con grande risolutezza. Non a caso le è stato dato il titolo onorifico di “Patriarca verde”. 
Non è un’idea romantica. Ha le sue fondamenta nella comprensione sacramentale dell’Ortodossia ed in particolare nella sua liturgia, in cui pane, acqua, vino, olio, hanno un profondo significato simbolico al di là del loro valore funzionale. Ci ricordano che noi esseri umani non siamo i padroni, ma i custodi del creato, o come diceva il metropolita Joannis Zizoulas: Sacerdoti del creato. Lei ci insegna che si tratta di preservare l’ecumene, la terra abitata, come una dimora degli uomini dove sia possibile vivere. Col Suo pensiero è in profonda sintonia con quanto sostenuto da Papa Francesco nella sua Enciclica “Laudato sì“ (2015).  
Nel Suo discorso al Parlamento europeo già nel 1994, tre anni dopo l’inizio del suo ministero, ha affermato che la questione ecologica esige “una riconsiderazione radicale della nostra comprensione del mondo nel suo complesso; esige un’altra interpretazione della materia e del mondo, un’altra percezione dei rapporti tra l’uomo e la natura e della nostra concezione del possesso e dell’utilizzo dei beni della terra”. In tal senso la Chiesa ortodossa celebra il 1° settembre il giorno del creato, e la Chiesa cattolica da quest’anno si è unita a lei. 
Nel suo discorso al Parlamento Europeo nel 2008 ha ulteriormente allargato l’orizzonte. Ci ha parlato della crisi dell’Europa e della crisi che scuote in questo tempo il mondo intero. Nella crisi dei rifugiati ci appare chiara l’enorme tragedia umanitaria dei circuiti globali. Nei rifugiati la incontriamo non in numeri astratti, ma con il volto concreto di esseri umani in carne ed ossa. 
In tal senso il 16 aprile Lei è stato insieme a Papa Francesco e all’Arcivescovo Ieronymos di Atene sull’isola di Lesbo per guardare negli occhi queste persone, donne e bambini, anziani e malati, e per dare loro coraggio.
Nel Suo discorso ha detto con dolore che il Mediterraneo è divenuta una tomba per troppe persone. E che ci dobbiamo impegnare perché diventi un “mare di pace”, di vita, di dialogo e di incontro. Rivolto ai rifugiati ha detto: “Chi vi teme, non vi ha guardato negli occhi, non ha mai visto i vostri figli”. Lei ha detto che il problema dei rifugiati non è un problema del Medio Oriente, della Grecia o dell’Europa, ma del mondo intero. “Il mondo sarà giudicato per come vi avrà trattati”. “Abbiamo pianto al vedere come il Mediterraneo sia diventato la tomba dei vostri cari. Abbiamo pianto al vedere la simpatia e la sensibilità delle persone a Lesbo e in altre isole. Ma abbiamo pianto anche al vedere la durezza di cuore dei nostri fratelli e sorelle, che hanno chiuso le frontiere e girato le spalle”.
Dietro queste parole e gesti c’è la saggezza del Patriarcato ecumenico, che ha quasi duemila anni. Lei ha detto una volta: “Il Patriarcato ecumenico ha navigato sulle onde di questi secoli e ha tenuto saldo il timone nelle tempeste e nelle bonacce della storia. Per venti secoli – attraverso la Pax Romana, la Pax Christiana, la Pax Islamica, la Pax Ottomana. Tutte le epoche sono state caratterizzate da scontri tra culture, conflitti e guerre aperte”. Il Patriarcato ecumenico è stato, come Lei ha detto, come un faro per la famiglia umana e per la Chiesa cristiana. Proprio dal profondo della nostra esperienza nelle acque profonde della storia possiamo trasmettere al mondo attuale un messaggio senza tempo di perpetuo valore umano. 
Lei ha aggiunto: “Oggi il Patriarcato ecumenico si estende ben oltre i confini della sua presenza fisica all’incrocio tra Europa e Asia. Anche se non siamo molti, la buona qualità delle nostre esperienze ci porta a confrontarci sulla necessità del dialogo interculturale – nobile e attuale ideale e scopo per il mondo moderno”.   
A queste visione, auspicio e speranza ci uniamo con tutto il cuore. Ad multos annos!
 

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