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18 Settembre 2016 16:30 | Teatro Lyrick

Intervento di Zygmunt Bauman all'Assemblea di apertura dell'incontro "Sete di Pace" ad Assisi



Zygmunt Bauman


Sociologo e filosofo, Polonia

C’è una luce in fondo al tunnel

Sono venuto qui per fare qualche commento ma anche per condividere con voi una storia, sperando che ci sia una luce in fondo al tunnel. Quello che sto per dirvi è che una luce in fondo al tunnel è ancora lontana, raggiungere il tunnel è ancora lungo e pericoloso.
La storia dell’umanità ha centinaia di migliaia di anni e può essere riassunta in molti modi, uno dei quali è l’espansione del pronome personale “noi”. Un certo numero di persone ha usato il termine noi. Un numero di persone che è cresciuto in modo graduale e costante. Gli antropologi sostengono che inizialmente si trattava di un gruppo di 150 unità. Tutto il resto poteva essere riassunto con la parola “altri”. Il resto erano persone che non erano noi. Un numero che doveva essere necessariamente limitato. Col tempo questa cifra è aumentata, venne l’epoca delle tribù, delle prime comunità che erano comunque sempre un noi. Persone che non si conoscevano personalmente. Poi c’è stata l’epoca delle nazioni-stati e degli imperi ed oggi posso affermare che ci troviamo in un punto tale di questa catena di eventi che non ha precedenti.
Tutte le tappe e le fasi che ci sono state nella storia dell’umanità, avevano un denominatore comune: erano caratterizzate dall’inclusione da un lato e dall’esclusione dall’altro, in cui c’era una identificazione reciproca, attraverso l’inclusione e l’esclusione. Il “noi” si poteva misurare con l’ostilità reciproca. Il significato del “noi” era che noi non siamo loro. E il significato di loro era che loro non sono noi. Gli uni avevano bisogno degli altri per esistere come entità collegata l’una con l’altra e potersi identificare in un luogo o un gruppo di appartenenza. E’ stato così per tutta la storia dell’umanità.  Questo ha portato a grandi spargimenti di sangue. Una forma di autoidentificazione che nasce dall’identificazione di qualcosa di altro rispetto al prossimo. Oggi ci troviamo di fronte alla necessità ineludibile della prossima tappa in questa storia, nella quale stiamo espandendo la nozione di umanità. Parlando di identità di se stessi, abbiamo un concetto di quello che includiamo in questa idea di umanità messa insieme. Direi che ci troviamo di fronte a un salto successivo che richiede l’abolizione del pronome loro. Fino a questo momento i nostri antenati avevano qualcosa in comune: un nemico. Ora, di fronte alla prospettiva di una umanità globale, dove lo troviamo questo nemico?
Ci troviamo nella realtà cosmopolita, quindi ogni cosa fatta anche nell’angolo più remoto del globo, ha impatto sul resto del nostro pianeta, sulle prospettive future. Siamo tutti dipendenti gli uni dagli altri e non si può tornare indietro.
Per questo cerchiamo di gestire questa situazione cosmopolita con i mezzi sviluppati dai nostri antenati per poter affrontare i territori limitati, ed è una trappola, un problema una sfida che ci troviamo ad affrontare. Dobbiamo capire come integrarci senza aumentare l’ostilità. Come integraci senza separare i popoli che non appartengono allo stesso luogo. Come possiamo riuscirci? E’ la domanda fondamentale della nostra epoca. Fortunatamente ci è stato fatto un grande dono dal cristianesimo, dalla Chiesa cattolica ed è papa Francesco che ci indica il percorso. Desidero fare solo tre citazioni, sviluppando tre punti.
1.    Dialogo, una parola che non dovremo mai stancarci di ripetere. C’è bisogno di promuovere una cultura del dialogo, in ogni modo possibile e ricostruire così il tessuto della società. Dobbiamo considerare gli altri, gli stranieri quelli che appartengono a culture diverse, persone degne di essere ascoltate. La pace potrà essere raggiunta solo se daremo ai nostri figli le armi del dialogo, se insegneremo a lottare per l’incontro, per il negoziato, così daremo loro una cultura per creare una strategia per la vita, una strategia volta all’inclusione e non all’esclusione.

2. Dobbiamo capire che l’equa distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è pura carità, ma un obbligo morale. Se vogliamo ripensare le nostre società, dobbiamo creare posti di lavoro dignitosi e ben pagati soprattutto per i nostri giovani, dobbiamo passare dall’economia liquida, che usa la corruzione come un modo per trarre profitto, verso una soluzione che possa garantire l’accesso alla terra attraverso il lavoro. Il lavoro è il modo attraverso cui possiamo rimodellare la nostra convivenza condividendo i frutti della terra, i frutti del lavoro umano.

3. Papa Francesco sostiene che la cultura del dialogo deve essere parte integrante dell’educazione e dell’istruzione che forniamo nelle nostre scuole, in modo interdisciplinare, per dare ai nostri giovani gli strumenti necessari per risolvere i conflitti in modo diverso da come siamo abituati a fare. Tutto questo non è facile ed è un processo di lunghissimo termine. È un modo diverso da quello seguito dalla politica. Acquisire la cultura del dialogo non comporta una ricetta facile, una scorciatoia. Tutto il contrario. Un proverbio cinese dice: “Dobbiamo pensare all’anno prossimo piantando semi, ai prossimi dieci anni piantando alberi, ai prossimi cento anni educando le persone”. L’educazione è un processo a lunghissimo termine. La creazione di un mondo pacifico non è come prepararsi una tazzina di caffè, è ben più complicato.

Abbiamo bisogno più di ogni altra cosa, se vogliamo seguire i consigli di Papa Francesco, di sviluppare qualità difficili in questo mondo: la pazienza, la coerenza, la pianificazione a lungo termine. Parlo di una vera e propria rivoluzione culturale, che deve esser l’esatto opposto rispetto al mondo in cui le persone invecchiano e muoiono prima ancora di essere nate. Pazienza, quindi: dobbiamo concentrarci sugli obiettivi a lungo termine, sulla luce in fondo al tunnel, a prescindere da quanto possa essere lontana al momento in cui la osserviamo.

 

#peaceispossible #setedipace
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